sabato 24 febbraio 2018

Tra Nietzsche ed esistenze represse: Le statue d'acqua di Fleur Jaeggy



Casa editrice: Adelphi Edizioni
Collana: Fabula
Numero di pagine: 110
Descrizione: “In un sotterraneo di Amsterdam vive un solitario, Beeklam, circondato da statue. Conversa con loro, evoca ricordi, perde "il controllo delle ore e della vita", esce di rado, per lo più di notte. È uno di "coloro che sono nati persi e debuttano dalla loro fine". Ha lasciato presto il padre, per andare "a comperare statue". In lui, infanzia e vecchiaia si confondono. Una precoce percezione dell'effimero sembra avergli impedito, da sempre, di credere che le cose possano avere una ragione. La sua sola attività è una perenne, silenziosa cerimonia dedicata agli assenti. L'austero domestico che abita con lui, le statue stesse, l'acqua frusciante che lo chiama, dietro le pareti: sono le comparse di un teatro d'ombre dove il vuoto si veste sontuosamente di ogni apparenza. Verso Victor, suo domestico, e Lampe, che era stato domestico del padre, Beeklam sente un'oscura affinità. Ciò che li unisce è almeno la "vocazione del ricordo" e il perverso piacere della rinuncia. Su ciascuno di loro grava una sorta di eccentricità metafisica, ciascuno conserva qualcosa dell'innocenza - e del furore - che è delle persone totalmente sole. E un giorno Beeklam abbandonerà le statue e i sotterranei, emergendone "come nelle fiabe, carico di anni".
***
C’è tanto di Nietzsche in questo breve ma corposo libro di Fleur Jaeggy. C’è tanto di Nietzsche nell’avvio della vicenda non meno che nel suo svolgimento. E c’è tanto di Nietzsche nella struttura e nel rifiuto categorico dell’autrice di affidarsi ad uno schema predefinito.

C’è tanto di Nietzsche nel protagonista, Beeklam, che si trova bambino a dover fare i conti con una morte inaspettata, quella della madre, che improvvisamente lo lascia solo in balia di un mondo caotico ed incomprensibile ai suoi occhi, un mondo in cui la figura paterna predomina su tutto con la sua algida mancanza di sentimenti ed il suo distacco affettivo.
Questa esperienza dionisiaca insegna ben presto al bambino (prematuramente uomo) che la vita è lotta crudele di tutte le cose, dolore senza scopo, divenire perenne senza redenzione. A questa verità tragica Beeklam reagisce con l’arte, cioè con la trasfigurazione apollinea e, al divenire caotico ed insensato del dionisiaco, oppone una disperata fuga nel sotterraneo della sua grande abitazione di Amsterdam ed una vita di solitudine circondato solo da statue che, come “effigi commemorative”, lo proteggono e lo consolano dalle brutture dalla vita. Queste statue diventano per il bambino in modo repentino e senza possibilità di fraintendimento, dei compagni di vita con i quali trascorrere le giornate ed evitare la sofferenza di una relazione insignificante con gli altri (il padre in primis).
Il mondo quindi deve costantemente essere tenuto fuori da questa sorta di rifugio privato, nulla deve penetrare al suo interno, pena la distruzione dello stesso.

"BEEKLAM: Chiudi le porte.
VICTOR: Le porte sono doppie e chiuse.
BEEKLAM: E cos'è quella luce che filtra continuamente?
VICTOR: Sono le crepe.
BEEKLAM: Ebbene, spegnile."

Beeklam si avventura sporadicamente fuori dal sotterraneo, ma quando questo accade l’intero suo essere fatica a gestire il mondo e la vita più in generale, dando vita ad una serie di incontri casuali poco stimolanti o comunque non in grado di soddisfare il suo inquieto ed arcaico bisogno ("Sicuramente quell'uomo non desidera compagnia, pensò Beeklam: la compagnia stanca, non è come i fiori che puntuali terminano la giornata").

I personaggi che ruotano attorno a Beeklam condividono con lui questa inadeguatezza relazionale (chiusi nel loro egocentrismo ed incapaci di avere scambi colloquiali ed emotivi con chicchessia), ma anche la convinzione che il mondo non sia altro che un luogo deprimente ed oscuro e che per preservarsi da esso sia necessario trovare riparo e conforto nei ricordi passati che, a ben guardare, rappresentano esattamente l’equivalente del sotterraneo del protagonista.
La vita di questi uomini allora si sdoppia: da un lato le "passioni", che vanno represse e combattute; dall'altro la "razionalità", la saggia rinuncia agli aspetti sensibili e materiali dell'esistenza. E anche la realtà si sdoppia: da un lato il mondo ideale delle pure essenze, immobili, eterne, "più vere" (le statue); dall'altro il mondo degli individui materiali, inessenziali, sempre affetti dall'imperfezione del divenire.  
Beeklam e tutti gli altri diventano quindi dei nichilisti che rinnegano la vita, dicono no all'esistenza: poiché l'esistenza è intessuta di dolore e di morte, essi immaginano che ciò accada per una loro colpa, colpa della quale è giusto scontare sulla terra la relativa pena (Beeklam arriverà a definire la propria una “vita da annegato”, sancendo così definitivamente il sillogismo e la relazione con l’acqua che tutto avvolge e che, imperturbabile, osserva il dispiegarsi di queste tetre esistenze).

Il romanzo (ma di romanzo si tratta?) si dispiega così, tra immagini nitide ed uno stile di scrittura estremamente aulico che conferisce alla prosa un che di onirico e allucinato allo stesso tempo. Non ci sono descrizioni fisiche, solo dialoghi (spesso nella forma della pièce teatrale) e la possibilità di cogliere l’Io dei protagonisti attraverso la loro impotenza emotiva.
Le ambientazioni, seppure appena accennate, sono di notevole impatto e conferiscono all’intero libro la sgradevole sensazione di qualcosa di putrido, marcescente e destinato alla rovina.

Un libro certamente non di facile lettura quindi ma, non di meno, un capolavoro letterario, capace di colpire duramente il lettore e di evocare un potente sentimento di tragedia imminente legato al continuo ripiegarsi della medesima vicenda di nascita e morte, creazione e dissoluzione.

4*/5

sabato 17 febbraio 2018

"Il gatto con gli stivali e tante altre storie di gatti" di AA.VV




Casa editrice: Newton Compton - Collana "E-Classici"
Numero pagine: 348
Quarta di copertina: «Chi possiede una natura raffinata e delicata può comprendere un gatto. Le donne, i poeti e gli artisti lo tengono in grande considerazione, perché comprendono la squisita delicatezza del suo sistema nervoso; in realtà, solo chi è rozzo non riesce a capire la naturale distinzione di questo animale», scriveva nell’Ottocento il romanziere francese Champfleury. Chiunque abbia avuto il piacere di godere dell’amicizia di questo felino non può che essere d’accordo. Fin dai tempi più antichi il gatto ha infatti condiviso la sua vita con l’uomo, dando al rapporto un’impronta particolare, fatta di tenera seduzione (cosa c’è di più irresistibile delle sue fusa?), indipendenza ostentata, affetto e insieme distacco. E una buona dose di intelligenza e furbizia, come testimonia la favola più conosciuta che lo vede protagonista, quella del Gatto con gli stivali. Spesso la sua innata eleganza e quel senso di superiorità e mistero che gli brilla nello sguardo ne hanno fatto un animale sacro o diabolico, a seconda delle epoche e dei Paesi. Questo libro raccoglie, insieme alla fiaba di Perrault, un gran numero di racconti, poesie e brani di romanzi dedicati ai gatti da parte dei più grandi scrittori di tutti i tempi.
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Avendolo acquistato per 0,49 euro direi che ho decisamente fatto un affarone. Già di per sé l'idea di aver raccolto brani, poesie, filastrocche, aneddoti - e chi più ne ha ne metta - sui gatti mi ha da subito stregato, probabilmente perché sono un'amante di questi animali sempre così enigmatici e altezzosi.

Ho decisamente apprezzato l'intera organizzazione dell'opera: a seguito della fiaba principale dell'opera (Il gatto con gli stivali di Perrault) tutti i testi sono stati catalogati e raggruppati seguendo i particolari aspetti di questo animale, nello specifico "Il signore del focolare", "Mici e coccole", "Una piccola tigre", Intelligenza felina", "Lady gatta", "Come cani e gatti...", "Il gatto e il diavolo", "La banda dei gatti" e "Quando arriva la fine". Inutile dire che la parte che più mi è piaciuta in assoluto è stata proprio quella dedicata al rapporto tra il gatto e il demonio - e l'occulto in generale - dove tra l'altro sono riuscita a trovare una piccola perla di Bram Stoker ("La squaw") che, ammetto l'ignoranza, non sapevo neppure esistesse.

Come se tutto questo non bastasse, all'interno del volume ho trovato delle vere e proprie chicche che hanno reso davvero godibile la lettura di quest'e-book. Parlo, ad esempio, degli stralci tratti da Storia di Reynard (che sa Odino da quanto tempo è nella mia wishlist!) oppure delle fiabe di La Fontaine (tra tutte "Il gatto e il vecchio topo") o, ancora, di brani tratti da Il trombettiere di Säckingen di Von Scheffel con le avventure del gatto Hiddigeigei (questo di libro non era nella mia lista dei desideri, ma ora mi premurerò di mettercelo).

Se devo essere puntigliosa e trovare un difetto a tutti i costi, be' direi che lo individuo nella copertina: in questo caso avrei evitato di mettere l'immagine del gatto di Shrek, optando invece per una bella illustrazione di un qualsiasi altro gatto con gli stivali, e non perché il gatto con la voce di Banderas non mi piaccia, ma perché - semplicemente - preferisco le copertine prive di riferimenti cinematografici.

In conclusione: un buon libro che sicuramente strapperà qualche sorriso a chi ha, come me, ben presente la natura di un gatto.
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"E io devo umiliarmi per guadagnare il tuo rispetto,
poiché le astuzie possono vincerti, ma nessun raggiro renderti schiavo,
e in nessun luogo dimori felice, se non dove
nulla possa disturbare la pace del tuo regno."
(Le chat noir - Graham Tomson)

mercoledì 3 gennaio 2018

Il posto di Annie Ernaux



Casa editrice: L’Orma
Numero di pagine: 114
Descrizione: La storia di un uomo - prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna - raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né miserabilismi, dalla figlia scrittrice. La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune. Una scrittura tesissima, priva di cedimenti, di una raffinata semplicità capace di rendere ogni singola parola affilata come un coltello. Il posto è un romanzo autobiografico che riesce, quasi miracolosamente, nell'intento più ambizioso e nobile della letteratura: quello di far assurgere l'esperienza individuale a una dimensione universale, che parla a tutti noi di tutti noi.
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Non pensavo che il 2017 potesse ancora riservarmi qualche sorpresa letteraria, ma negli ultimi giorni del mese di Dicembre mi sono assolutamente dovuta ricredere e constatare che il tempo per un buon libro c’è sempre. Ed il fatto che io del suddetto libro riesca a parlarne solo adesso, a distanza di giorni, credo che sia abbastanza significativo dell’impatto emotivo che Annie Ernaux ha avuto su di me con il suo meraviglioso Il posto.
Annie Ernaux, professoressa di lettere e scrittrice, non mi ha mai convinto molto con i suoi romanzi così profondamente autobiografici, tanto che le letture di L’altra figlia e Passione semplice mi avevano lasciato, se non indifferente, certamente perplessa ed incapace di mettere in relazione una scrittura così magnificente con l’aridità emotiva che la lettura mi aveva lasciato.
Non ho desistito ed alla fine ne sono stata ripagata.

Il posto ci narra di un lutto, quello del padre, sopraggiunto all’improvviso; un lutto che, in quanto tale, diventa motivo di ricordo, viaggio di espiazione e riconciliazione con una persona cara che ormai non è più.
Annie Ernaux, con una scrittura molto intima e meno centrata sul vissuto personale dell’autrice, entra nel vivo di un rapporto che è sempre stato difficile, un rapporto caratterizzato da un lato dalla vergogna che l’autrice ha sempre provato nei confronti del genitore e dall’altro dal senso di colpa, figlio diretto di quella vergogna.

In poche pagine (poco più di un centinaio) il lettore è invitato a ripercorrere l’intera vita di questa figura genitoriale così complessa, così saldamente ancorata alle proprie origini e allo stesso tempo ed in egual misura proiettata verso il futuro, il progresso ed un benessere che in quegli anni iniziava appena ad esplodere.
Lo seguiamo nei rapporti e nelle relazioni con la moglie e con la figlia che “non ha mai fatto vergognare”, cercando di essere sempre all’altezza delle situazioni e affrancandosi da un’esistenza povera e di miseria per poi approdare alla tanto agognata piccola borghesia.
“Non ti ho mai fatto vergognare” diventa quindi, almeno apparentemente, il leit motiv su cui poggia l’intero loro rapporto, sterile forse sotto ogni altro punto di vista. Apparentemente perché poi diventa esplicito quanto il tentativo paterno fosse tutto centrato sulla possibilità di offrire il meglio possibile alla propria figlia, consentendole di allontanarsi definitivamente dal piccolo paese in cui è nata e vissuta, e contemporaneamente sulla speranza che lei potesse essere, in qualche modo, migliore di lui, sancendo definitivamente il distacco con il passato. La volontà di seguire la figlia nei compiti, di offrirle la possibilità di frequentare l’università e l’orgoglio mostrato quando Annie diventerà a tutti gli effetti docente, sono solo degli esempi di questa ferrea volontà di riscatto.

Il posto diventa quindi luogo dell’anima, in cui poter tornare per ripercorrere, nel dolore e nel lutto, i passi di un’esistenza volitiva e generosa, di una storia così diversa dalla propria da sembrare quella di un perfetto estraneo.
Una storia che per ritrovare sé stessa e le proprie verità – nascoste e taciute – ha bisogno di essere raccontata tra le pagine di un libro scritto solo dopo la morte del genitore.

VOTO: 4*/5

mercoledì 27 dicembre 2017

Libridine 2017, ovvero com’è andato il mio anno letterario.




1. Quanti libri hai letto per intero nel 2017?
150 libri tondi tondi, per un totale di 28.328 pagine. In realtà ho in lettura anche un tomone di più di 1000 pagine, ma lo sto centellinando.

2. Quanti ne hai abbandonato?
Nessuno, come al solito. Anche i due libri più brutti che ho affrontato quest’anno sono stati letti fino alla fine. Non ce la faccio proprio a  lasciare una lettura in sospeso.

3. Il primo libro dell’anno?
“Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino, un anno letterario partito con il botto.

4. L’ultimo libro dell’anno?
“L’altra metà delle fiabe” (AA.VV) edito AbEditore: un regalo di Natale graditissimo.

5. Il primo graphic novel/manga dell’anno?
“The walking rat” di Leo Ortolani, giusto per dire che i miei livelli di fangherlismo per la fortunata serie di Robert Kirkman hanno ormai raggiunto livelli critici.

6. L’ultima graphic novel dell’anno?
“Dimentica il mio nome” di Zerocalcare. Bellissima come in realtà tutte le opere del fumettista di Rebibbia.  

7. Quanti scrittori e quante scrittrici?
Dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere 88 scrittori e 33 scrittrici.

8. Classifica dei 10 libri migliori?
Una scelta difficile dato che quest’anno ho fatto davvero delle belle letture.
- Angeli minori (ANTOINE VOLODINE)
- Gli occhi degli alberi e la visione delle nuvole (GAGLIARDO/TAPPARI)
- Lasciami andare, madre (HELGA SCHNEIDER)
­- Delitto e castigo (FËDOR DOSTOEVSKIJ)
-­ Il ragazzo cattivo (KATE SUMMERSCALE)
- Il quinto figlio (DORIS LESSING)
- La bambola di Kokoschka (ALFONSO CRUZ)
- Anima (WAJDI MOUAWAD)
- Il posto (ANNIE ERNAUX)
- La cena (HERMAN KOCH)

9. Classifica delle 5 copertine più belle?
Rigorosamente non in ordine:
- Foulsham (EDWARD CAREY)
- L’illusione monarca  (MARCELO COHEN)
- Nel guscio (IAN McEWAN)
- Racconti di diavoli e una favola (ROBERT L. STEVENSON)
- Il commesso (BERNARD MALAMUD)

 10. Il libro peggiore in assoluto? L'hai letto fino alla fine?
Senza ombra di dubbio “Inferno” di Francesco Gungui: uno young adult che cerca di riprendere il filone della Commedia dantesca. Sto ancora cercando di cavarmi gli occhi.

11. Il libro più vecchio che hai letto?
Probabilmente la raccolta “I racconti dell’orrore” di Edgar Allan Poe.

12. E il più recente?
Probabilmente “Dimmi come va a finire” di Valeria Luiselli, ma non ne sono certa.

13. Qual è il libro con il titolo più lungo?
“Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima” di Antoine Volodine. Libro straordinario.

14. E quello col titolo più corto?
"Lions” di Bonnie Nadzam.

15. Quanti libri hai riletto?
Solo i già citati “Racconti dell’orrore” di Poe e “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” di J.K. Rowling, quest’ultimo nella nuova traduzione.

16. L'anno prossimo quali vorresti rileggere?
Certamente vorrei proseguire con la saga di Harry Potter. Per l’ennesima volta.

17. Il maggior numero di libri letti dello stesso autore quest'anno?
Anche quest’anno vince Robert Kirkman con 8 volumi del suo "The walking dead".

18. Quanti libri scritti da autori italiani?
39. E sono davvero contenta di star riscoprendo la nostra letteratura.

19. Quanti dei libri letti quest'anno sono stati prestiti della biblioteca?
Nessuno.

20. Quanti dei libri letti quest'anno erano ebook?
29. L’e-reader in viaggio è un vero e proprio salva vita

21. Un personaggio in particolare che ti è rimasto nel cuore?
Uno su tutti: Raskol’nikov del capolavoro “Delitto e castigo”.

22. Un libro che avresti voluto leggere a tutti i costi, ma che ancora non hai letto?
Direi senza ombra di dubbio “Ballando al buio” del mio amato Karl Ove Knausgård. Siamo stati lontani anche troppo a lungo.

23. Quanti libri vorresti leggere nel 2018?
Spero solo di incontrare libri belli come quelli di quest’anno.