sabato 26 agosto 2017

Se il sonno della ragione genera mostri: La distruzione di Dante Virgili



Casa editrice: Il Saggiatore
Numero di pagine: 318
Descrizione: Un uomo repellente e luciferino, abbandonato a se stesso nell'orrore di un'estate milanese, sogna l'apocalisse nucleare e rimpiange il Terzo Reich. È stato interprete per le SS, ha amato e perduto una donna di nome Bianca. Adesso che la guerra è finita, lavora come correttore di bozze per un giornale, insegue giovani cameriere e garzoni spinto da un'ossessione sadomasochista e da ciò che resta di una turpe volontà di potenza. È il 1956, la crisi di Suez gli sembra il preludio alla Terza guerra mondiale, una guerra che agogna, igiene di un Occidente immondo che odia, come odia se stesso. "La distruzione", primo romanzo italiano apertamente nazista, apparve per Mondadori nel 1970, mentre il mondo celebrava l'illusione di un futuro di pace e di palingenesi collettiva. Nei due anni precedenti, alcuni dei maggiori intellettuali italiani - tra loro Sereni, Giudici e Parazzoli - valutarono l'opportunità della sua pubblicazione. Doveva essere una bomba a orologeria, accendere polemiche, stanare benpensanti, rivitalizzare come un elettroshock la scena letteraria nazionale con l'irruenza di Celine o de Sade. Non se ne accorse nessuno. Da allora, però, l'opera di Virgili riemerge ciclicamente come un incubo, interrogando con le sue sinistre profezie, con la sua bruciante inattualità.
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“Il sonno della ragione genera mostri” è il titolo di un’incisione (meravigliosa) di Francisco Goya più volte utilizzato per indicare situazioni in cui il Male sembra attanagliare società e culture, conducendo inevitabilmente a brutalità e storture.
Può forse apparire strano o comunque banale ritrovare qui questa citazione, ma non mi sento di iniziare questa recensione in altro modo. Perché ho terminato La distruzione di Dante Virgili quasi venti giorni fa e non sono riuscita a parlarvene in alcun modo e perché sono disposta a farlo solo ora dopo una meravigliosa vacanza a Praga e una full immersion completa nell’arte e nella cultura della splendida città ceca. E la verità è tutta qui: per sopravvivere ad un libro del genere bisogna circondarsi di quanto ci sia di bello in questo mondo.

Quest’opera, da poco ripubblicata da Il Saggiatore, è un puro concentrato di odio. Odio che permea il linguaggio utilizzato, travalica le situazioni narrate e s’innesta nella mente dell’ignaro e sprovveduto lettore che, nonostante la splendida prefazione a cura di Roberto Saviano, non può in nessun caso essere preparato a quello che si trova davanti e che peggiora, degenera con lo scorrere delle pagine.
Ma non è odio in senso lato quello che si va ad affrontare, non è solo l’odio verso gli altri e verso la società a cui tanti altri autori ci hanno abituati (De Sade, Bataille o lo stesso Céline), ma è soprattutto un odio ancora più bieco perché è rivolto contro sé stessi, contro la propria persona ed il proprio essere.
Il nostro protagonista infatti, ex interprete per le SS durante il periodo di occupazione nazista, nutre un odio viscerale per l’intera razza umana (tanto da augurarsi, appunto, la sua intera distruzione tramite esplosione nucleare o attraverso lo scoppio di una terza guerra mondiale), ma ancor prima per sé stesso, uomo brutto, mediocre ed incapace di instaurare relazioni umane significative con qualsiasi persona incontri. Un uomo che più di una volta ha pensato al suicidio, ma che contemporaneamente è incapace di affrontare la distruzione della propria esistenza.
E quest’odio, denso come melassa, permea tutta la sua quotidianità: il lavoro di correttore di bozze per un giornale non lo soddisfa, lo lascia indifferente e prostrato; così come il rapporto con le donne diviene perverso e malato, fatto di torture fisiche (ma soprattutto psicologiche) atte ad annientare ed annichilire completamente la prostituta o la cameriera di turno. Le amicizie? Non esistono, ma possono identificarsi solo come squallidi rapporti d’interesse e violenza.

È un libro che trasuda apologia di nazismo in ogni sua pagina, in ogni sua riga (Virgili è dichiaratamente nazista) e già questo dovrebbe far capire di per sé di che opera stiamo parlando, ma non per questo è un testo da accantonare con disprezzo o pregiudizio. Sono dell’idea che solo leggendo approfonditamente e cercando di andare oltre le dichiarazioni politiche ci si possa rendere conto di avere tra le mani un buonissimo libro, letale come veleno, certo, ma decisamente in grado di far comprendere il Male che ci investe e ci fa dimenticare di essere umani.

La scrittura poi è complessa come in pochi altri libri la si può trovare (uno su tutti l’Ulisse di Joyce) ed caratterizzata nientemeno che da un lunghissimo flusso di coscienza, dove riflessioni e dialoghi si susseguono senza soluzione di continuità e punteggiatura di alcun tipo e dove gli stessi pensieri del protagonista sono un continuo alternarsi di lingua italiana e tedesca (non temete: nell’edizione de Il Saggiatore troverete tutte le traduzioni in appendice).

Un libro ostico quindi che potrebbe indurvi a chiuderlo dopo pochissime pagine, anche se così facendo vi privereste di una preziosa occasione di comprendere meglio l’animo umano e le ombre che si celano anche nel vostro. Affrontatelo dunque senza paura e accettate tutto quello che un’opera di questo tipo può lasciare: odio, sgomento, fascinazione.
Un unico consiglio: a lettura terminata, se non potete partire per Praga come la sottoscritta, fate incetta di foto di gattini, altre immagini zuccherose e riempitevene gli occhi. 
Perché all’odio, anche al vostro, c’è sempre e comunque un antidoto.

VOTO: 4*/5

mercoledì 2 agosto 2017

Cronaca (librosa) di una vacanza annunciata - Parte quarta



Le vacanze al mare sono ahimè terminate ed io sono rientrata in quel di Bergamo con molte letture all’attivo e tanta voglia di raccontarvi quelle che sono state – nel bene e nel male – le ultime scoperte fatte.

Inferno – Francesco Gungui (1*/5)
Da dantista convinta e appassionata avevo acquistato parecchio tempo fa questo volume perché la trama si regge sulla creazione di un mondo distopico (se di natura post apocalittica o militare non è dato sapere) organizzato come la Commedia del Sommo Poeta: un Inferno dove i criminali vengono puniti con la legge del contrappasso, un Purgatorio e un Paradiso dove sostanzialmente le persone possono vivere in tutta tranquillità tra agi e ricchezze. La verità brutale però è che non c’è nulla di più lontano di questo libro sia da quello che è il genere distopico (e qui parlo delle distopie classiche, da Orwell ad Huxley per intenderci) sia dalla Divina Commedia.
È un libro terrificante: sintassi errata in più punti (alle volte non si capisce nemmeno chi dice che cosa), personaggi degni dei più banali cliché della letteratura di genere (lei bella e ricca, ma profonda e sensibile / lui povero, ma dedito alla famiglia e con un coraggio da leone) e storia vista e rivista, trita e ritrita (i personaggi s’incontrano a pagina due e a pagina tre sono già innamorati. Chi l’avrebbe mai detto). Semplicemente orribile.
  
Leviathan. La trilogia – Scott Westerfeld (5*/5)
Da uno young adult mostruoso ad uno assolutamente perfetto sono tutti i punti di vista: trama decisamente originale nel suo progetto di riscrivere la Grande Guerra partendo da fatti storicamente accertati - come l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando – e modificandoli con estrema naturalezza inserendo elementi di fantasia e steampunk (per la mia personale felicità).
I due protagonisti – come ad onor del vero tutti i personaggi coinvolti – sono ben caratterizzati e pur trattandosi di due adolescenti si salvano dalla triste sorte dell’essere delineati come cliché viventi (come invece è accaduto nel lavoro di Gungui).
La scrittura è fluida, avvolgente e riesce a non rendere pesanti e noiose anche le parti più descrittive e tecniche. È un libro di più di mille pagine da cui è però davvero difficile staccarsi.

La  pelle di zigrino – Honoré de Balzac (2*/5)
Un giovane giocatore d’azzardo in una sfortunata giornata perde tutto quello che possiede, ma prima che possa mettere fine alla sua vita incontra un vecchio dalle fattezze demoniache che gli donerà una magica pelle di zigrino in grado di esaudire ogni suo più recondito desiderio.
La trama e la caratterizzazione dei personaggi sarebbero perfetti se non soccombessero ad una scrittura maestosa e ostica che alterna la narrazione con infinite descrizioni naturalistiche e sociologiche (anche Verne e Melville lo fanno, ma riescono comunque a non perdere fluidità del racconto). Una lettura complessa e difficile che richiede tanta concentrazione e, soprattutto, tanta tenacia per arrivare alla fine.

Le età di Lulù – Almudena Grandes (2*/5)
Scrittori che vogliono fare letteratura erotica, ma che ad un certo punto si pentono e decidono di cercare di dare un senso vagamente psicologico alla loro opera inserendo aspetti e motivazioni altamente improbabili. Questo è, ahinoi,  proprio il caso dell’autrice spagnola.
Lulù ha il suo primo rapporto sessuale a 15 anni con un uomo decisamente più grande di lei al quale piace che le donne mantengano delle caratteristiche infantili per tutta la vita. Dopo questo episodio la protagonista viene trascinata in una spirale di perversioni sessuali (da lei ricercate) e di dipendenza dal medesimo uomo. La suddetta motivazione psicologica però nello svolgersi del romanzo non regge, viene ben presto dimenticata per lasciare spazio a quasi tutte le esistenti perversioni umane: sodomia, incesto, orge e via dicendo. Come ha scritto qualcuno su Goodreads: i rapporti sessuali con gli animali ci sono stati risparmiati probabilmente perché la Grandes ha avuto compassione dei suoi lettori.