mercoledì 5 marzo 2014

Vampiri, brillantini e vaneggiamenti vari: I Promessi Morsi di Anonimo Lombardo



Recensione: “I promessi morsi” di Anonimo Lombardo


Casa editrice: Rizzoli romanzo
Numero pagine: 373
Quarta di copertina: “Il 7 novembre 1628, verso sera, su un pendio di quel lago di Como che volge a mezzogiorno, mentre le vette scoscese gettano un’ombra cupa su borghi e campagne e una nebbia spettrale pare inghiottire boschi e vallate, una ragazza tenta invano di sfuggire all’agguato di un essere dagli occhi rossi come tizzoni ardenti. Una poiana, o forse un enorme pipistrello, si leva in volo, e un vecchio curato, tornando dalla passeggiata serale, si imbatte in due individui minacciosi, che gli ordinano di non celebrare il matrimonio di Renzo e Lucia previsto per l’indomani. Gli sposi promessi non sanno ancora che dovranno affrontare un tentativo di rapimento, una fuga in un monastero di Monza dove si praticano riti innominabili, il complotto di una stirpe oscura per conquistare lo Stato di Milano, una rivolta contro i nobili affamatori e succhiasangue, l’entrata in scena di un bandito licantropo, la calata di un Esercito fantasma, lo scoppio di una pestilenza che stermina i due terzi della popolazione, e un flagello ancora più spaventoso…
I promessi morsi è il libro che Manzoni avrebbe potuto scrivere se fosse stato un autore di romanzi gotici. È una sarabanda in cui Dracula si insinua nei Promessi Sposi, e un cappuccino si scopre a mormorare una preghiera per la salvezza dell’anima di una creatura delle tenebre. Tale è questo guazzabuglio del cuore umano, anche e soprattutto quando è stato appena trafitto con un piolo di frassino un cuore che umano non è.”

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Ho acquistato questo libro per pura curiosità: ero curiosa di sapere come fosse possibile trasformare un classico della nostra letteratura in un romanzo gotico per eccellenza. In realtà la quarta di copertina sarebbe dovuta essere sufficiente a dissuadermi. Per non parlare delle “finte” citazioni (sempre in copertina) che hanno avuto la pretesa di scomodare personaggi come Edgar Allan Poe e Italo Calvino che si profondono in lodi mattutine e non, di questo romanzo.

Ma procediamo con ordine.

Tralasciando il riassunto della storia che nel bene e nel male tutti conosciamo (essendo stata probabilmente una delle più bistrattate e odiate dagli studenti italiani, costretti a ingurgitarne capitoli interi senza nemmeno la capacità di comprenderli), mi sembra doveroso dare una mia opinione, decisamente negativa, su questo testo che risulta un crogiulo di banalità e (a tratti) di ilarità.

L’idea di modificare un classico nel tentativo di attribuirgli nuova vita e smalto, non è nuova. Quello che è certo è che ci sono tentativi più o meno riusciti e il suddetto libro non  è tra questi. I primi capitoli sono un tentativo raffazzonato di inserire nel testo questi “nuovi” personaggi: l’autore si limita, nello specifico, a prendere pezzi de “I Promessi Sposi” e calarli nel racconto, modificando qua e là qualche personaggio ed introducendone altri, a mio avviso, del tutto inutili. Il risultato è che la lettura appare faticosa, se non addirittura noiosa.

A ben guardare questo dovrebbe essere il minore dei mali, considerando che nel corso del racconto abbiamo il piacere di incontrare tutte le creature che popolano gli incubi dei bambini: vampiri innamorati, licantropi in crisi di identità, streghe malefiche, fantasmi e per finire un esercito di zombi. L’autore è stato particolarmente attento a non tralasciarne nessuno, sai mai che uno di questi potesse fargli causa per aver violato la par condicio. Quel che forse è anche peggio però è che, se anche nella quarta di copertina si accenna timidamente al nome di Dracula, il risultato è decisamente più simile ad un Edward Cullen, soprattutto nella parte in cui il nostro Don Rodrigo afferma (e cito testuali parole) “Per giorni e giorni mi sono chiuso in questo studio segreto, a guardare il vostro ritratto, sperando che l’idea di riavervi… riavervi qui… mi desse la forza di resistere alla sete. Ma la sete era sempre più forte, mi impediva di dormire, i miei occhi non si chiudevano mai, non ero più padrone di me…”. Ora, per quale motivo un vampiro con la “V maiuscola” dovrebbe porsi tutte queste problematiche? Se ti vuoi fregiare del nome e della gesta di Dracula, dovresti almeno assicurarti di assomigliargli un pochettino, anche se del film stiamo parlando. La storia di Don Rodrigo & C0. è stata ripresa né più né meno dal film di Coppola. Il nobile innamorato della sua bella Lucia che altri non è che la copia perfetta di Biancamaria, la sua bella moglie ahimé perita in circostanze sospette. Lucia - alias Biancamaria alias Mina - è attratta da questo nobiluomo ma non sa nemmeno perché: il lato oscuro esercita su di lei una certa attrazione e il povero Renzo (il promesso sposo per chi non lo sapesse) per un attimo si ritrova scalzato dal suo ruolo di pretendente al talamo nuziale. Ma le similitudini non finiscono qui: abbiamo anche un Don Abbondio improbabile Renfield, che si trova suo malgrado a dover seguire gli ordini del padrone e a sproloquiare quando si trova nelle vicinanze di un vampiro.

Tralasciando le vicissitudini di questi poveri contadini costretti a fuggire chi a Milano e chi a Monza (dove incontrano una altrettanto improbabile Gertrude che avrebbe dovuto essere l’apoteosi della cattiveria e si ritrova ad essere relegata al ruolo di strega “mezza tacca” neppure molto convinta del proprio ruolo e che si salva dal rogo volando a cavallo di un alabarda. Per inciso, non ci è dato sapere che fine abbia fatto), veniamo alle parti più divertenti di tutto il racconto. Sì perché il nostro amico Anonimo Lombardo (che, udite udite, altri non è che uno dei figli-vampiri dei nostri beniamini che, per nostra buona pace, riescono infine a sposarsi) ha pensato bene di inserire delle vicende del tutto nuove rispetto al classico, giusto per perseguire nel suo tentativo di creare un romanzo gotico. Sinceramente però la squadra che conta nell’ordine Renzo-Buffy ammazzavampiri, Nibbio (sottoposto dell’Innominato, votato al bene ed esperto d’armi), Don Carlo (cappellaio crocifero del Cardinal Borromeo), Fra Cristoforo (in versione Ninja) e Pietro, giovane sobillatore artefice dei tumulti milanesi nonché esperto in eliminazione vampiri (assoldato per la causa), mi pare alquanto improbabile. D’accordo che questi poveracci qualcosa dovevano pur fare ma creare una squadra anti-vampiri mi pare un poco eccessivo, considerando che non sono stati neppur molto efficaci: una decapitazione qua, un piolo là, ma i veri nemici non erano stati eliminati anzi, le poche vittime sostituite con altri succhiasangue (termine imperituramente utilizzato dalla gente ignorante per definire i wampyr). Dato che la squadra nonostante l’impegno (e il grosso numero di vampiri che sono ormai diffusissimi nelle alte sfere del potere, tanto da creare il Consiglio Segreto il cui unico scopo è eliminare gli umani) non è riuscita nel suo scopo, l’autore pensa bene di introdurre un nuovo colpo di scena! Trovandosi nel bisogno di chiudere questo racconto e non potendo eliminare i duemila e oltre vampiri presenti, cosa inventa il nostro caro anonimo? Semplice no? Un esercito di zombie attratto solo da carne di wampyr. E dove trovare un esercito di zombi pronto a sfoderare denti e unghie per la causa? Semplice anche questo: utilizziamo un incauto (e alquanto sprovveduto) nonché improvvisato negromante che decide di riportare in vita la propria figlioletta, nonché il resto della famiglia. Dai, lo so che ci siete arrivati. Come? Ma certo proprio lei: la nostra piccola Cecilia! Povera cara! Chi non si è commosso davanti alla scena strappalacrime della madre che la consegna ormai morta nelle orrende mani dei monatti, raccomandandosi di seppellirla con cura e rispetto? Ebbene, qui la commozione dura poco. Neanche una decina di pagine addietro troviamo il padre di Cecilia, miracolosamente scampato alla peste, che tornando a casa fa la triste scoperta. Immaginate lo strazio di questo pover uomo e, dato che non è nientemeno che in possesso di una copia del De necronomicom (libro che notoriamente tutti hanno nella libreria), riesce a trovare l’incantesimo antichissimo per riportare in vita la sua bella famigliola. Ora, a parte che l’incantesimo sembrava scritto da un analfabeta più che da un esperto di arti oscure, vuoi che il nostro caro e devoto padre e marito non sbagli le parole? E che invece di tirar fuori dalla fossa moglie e figlie risveglia tutto il lazzaretto di Milano e tutti i morti di peste d’Italia? Ma dato che errare è umano, potremmo anche perdonagli questo piccolo errore se non fosse che nella foga di redigere la formula aggiunge anche che i nostri zombi devono interessarsi solo a wampyr, tralasciando i succulenti umani che circolano per le strade di Milano, certo più caldi e polposi di qualche vampiro quattr’ossa.
Ovviamente non tutti i wampyr cadranno vittima di questi attacchi. Uno solo, l’indomito cavalier Rodrigo guarito miracolosamente dalla peste (grazie al sangue di fra Cristoforo che, deposta la stelletta da ninja, era tornato il mite cappuccino giusto in tempo per farsi dissanguare dal nostro nobiluomo) salva, in sella al suo cavallo, Lucia che sta per essere travolta dagli zombi e la porta nientemeno che a casa, nel suo castello. Il finale ve lo risparmio, fosse mai che nonostante tutto vi sia venuta voglia di leggere questo libro. Niente di eclatante comunque.

In conclusione un libro dalle grosse pretese, nel senso che si poteva forse pensare di utilizzare un testo meno “classico” e meno conosciuto de “I promessi sposi” e l’autore avrebbe potuto fare uno sforzo di ingegno per inserire nella trama qualcosa che fosse almeno lontanamente vicino a qualcosa di gotico e appassionante.

P.s. Bram Stoker perdona loro perché non sanno quello che fanno.

VOTO: 1/5

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Ecate )O(

Il giocattolaio di S. Pastor



Recensione: "Il giocattolaio" di Stefano Pastor


Casa editrice: Fazi Editore
Numero pagine: 522
Formato: e-book
Quarta di copertina: "Non si sa molto del passato di Massimo, il bambino di 11 anni appena arrivato nel Quartiere. Accolto in casa dello zio, alcolizzato e violento, Massimo ha subito l'impressione di essere precipitato all'inferno. Ma il male, quello vero, non si annida tra le mura domestiche. C'è qualcosa, infatti, nel Quartiere; un'energia malefica che si sente sulla pelle, che s'intuisce ma non si vede tra i palazzoni abbandonati e le vie semideserte di quest'area suburbana depressa e grigia, dove diversi bambini sono recentemente spariti senza lasciare traccia. La paura del mostro scivola sulle coscienze degli adulti, arroccati nella loro irriducibile distanza rispetto al mondo dell'infanzia. Soltanto Peter, il gentile titolare di un banco di pegni zeppo soprattutto di giocattoli, sembra in grado di colmare quella distanza e di comunicare davvero con i desideri e le paure dei bambini. Quando il cadavere di uno di questi viene rinvenuto con i segni di orribili torture, i sospetti si concentrano sul giocattolaio. Massimo si rende conto che il prossimo a sparire sarà proprio lui, è la vittima perfetta, quella designata. Nessuno è in grado di aiutarlo, nessuno è in grado di impedire che si compia il suo destino. Nessun adulto, almeno. Ne "Il giocattolaio", romanzo d'esordio di Stefano Pastor, la presenza del male s'insinua nella frattura tra il mondo dei grandi e quello dei piccoli, nutrendosi dei sogni agitati dell'infanzia, per poi balzare nella realtà e diventare qualcosa di concreto, tangibile."

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La mia personale avventura con l'e-reader è iniziata qualche mese fa con la lettura del bellissimo Immagina i corvi di Luigi Sorrenti. Una lettura che mi aveva re-introdotto al mondo degli scrittori (più o meno esordienti) italiani, un mondo decisamente di nicchia soprattutto se si pensa che l'editoria italiana è pervasa dai nomi dei soliti noti. Così quando ho trovato questo e-book a pochi euro mi sono detta che, vista la bellissima sorpresa del romanzo di Sorrenti, forse potevo nuovamente essere fortunata e imbattermi in un altro buon libro. E, fortunatamente, non mi sono dovuta ricredere!

Le vicende narrate ruotano tutte attorno a quattro personaggi principali: Massimo, il ragazzino undicenne con una tormentata storia di violenza alle spalle che si trova a dover dividere lo stesso tetto con lo zio materno, anch'esso alcolizzato e particolarmente incline a muovere le mani; Jon, un ragazzo di soli sedici anni - straniero e solo al mondo - che cerca continuamente una nuova città, un nuovo posto dove stare e vivere almeno per un po’; Mina - anche lei di quindici anni - ovvero la paladina delle cause perse e della giustizia sociale: per lei voltarsi dall'altra parte  e far finta di non vedere la violenza e il degrado è un qualcosa di inconcepibile, ed eccola quindi entrare e uscire continuamente dagli uffici della polizia e dei servizi sociali per una qualche denuncia; ed infine Peter (come i suoi pochissimi amici lo chiamano), il giocattolaio, l'eterno bambino, l'uomo che non ha mai voluto crescere (o non è stato capace?) e che si trova solo a suo agio con i bambini e gli adolescenti e, per questo motivo, additato come maniaco e pedofilo.

I quattro protagonisti si muovono all'interno di uno scenario che definire deprimente sarebbe un eufemismo. Tutti e quattro (anche Jon) si trovano ad abitare in un quartiere dove il degrado regna assoluto, dove il futuro sembra essere stato dimenticato anche solo come parola e dove si è irrimediabilmente soli. Tutti sanno tutto di tutti ed è molto facile venire a conoscenza dei più succulenti pettegolezzi sui vicini di casa o sugli amici. Tuttavia la stessa facilità viene utilizzata per voltarsi dall'altra parte nel momento in cui quel vicino o quell'amico passano il segno. A ben pensare questo scenario potrebbe tranquillamente essere ricalcato dalla periferia di una qualsiasi grande città e, non so perché, a me ha continuato a richiamare alla mente la sporca e grigia Milano, con i suoi palazzoni abbandonati e l'indifferenza sempre palpabile nell'aria.

Ed è in questo quartiere maledetto che i bambini cominciano a sparire: sei di loro non sono mai tornati a casa. Tutti però pensano a delle "ragazzate" e alla voglia di attirare su di sé l'attenzione. Oltretutto si tratta di "bambini cattivi", bambini di strada, bambini difficili, tutti accumunati dal medesimo retroscena familiare di soprusi e violenze (che, ripetiamo, tutti conoscono e tutti ignorano). Risultato? Nessuno si dà pena per loro e nessuno li cerca fatta eccezione per Mina prima, e Jon e Peter dopo, i quali saranno gli unici a capire che la realtà è ben diversa, che un mostro si aggira nel quartiere (anche se poi alla fine la verità che emergerà sarà ancora più terribile ed incomprensibile di quanto sospettato) e che quei bambini non sono scappati, sono stati rapiti.

Inizierà quindi una disperata corsa contro il tempo per cercare di riportare a casa i bambini scomparsi, una corsa che diventerà sempre più difficile a causa dell'ostruzionismo del cosiddetto "mondo dei grandi": la polizia non ne vuole sapere di intervenire e se lo fa questo avviene in modo molto blando, ma soprattutto non ammette intromissioni di alcun genere da parte di altri ragazzini. Inoltre le malelingue fioriranno incontrollate attorno al rapporto che lega Peter ai due adolescenti, portando la gente del quartiere a ritenere lui come principale sospettato.

Questa la trama in soldoni. Ora veniamo al mio modestissimo parere: è un buon romanzo. Davvero un buon romanzo. La trama è architettata abbastanza bene, nonostante - a mio avviso - in alcuni punti l'autore si sia lasciato prendere un po' la mano e abbia ecceduto: ad esempio quando Massimo torna a casa gridando di essere rapito e nessuno degli adulti gli dà minimamente retta, oppure quando il vicino di casa di Mina scompare e i suoi genitori (gli orchi della situazione) non ne denunciano la scomparsa alla polizia. Ma forse tutto questo è stato fatto apposta, quasi a voler enfatizzare al massimo il divario esistente tra due mondi - quello degli adulti e quello dei bambini - che ai giorni nostri sta veramente diventando incolmabile. Ma, dicevo, una buona trama che - seppure non originalissima - riesce a tenerti incollato alle pagine.

La caratterizzazione dei personaggi è forse quella che mi ha lasciato un po' più perplessa nel senso che ognuno di loro, fatta eccezione per Peter, avrebbe dovuto essere di un bel po' più grande per poter aver certe reazioni e comportarsi in un determinato modo. Mina su tutti: non è molto credibile che una ragazzina di soli quindici anni si comporti come una donna di quaranta e che riesca, senza troppi problemi, a tener testa (anche fisicamente!) a degli uomini adulti. Così facendo si corre solo il rischio di farla apparire come l'ennesima Mary Sue della situazione: lei ha quindici anni, ma se la sa cavare benissimo da sola. E non solo! Entra nelle case della gente, si fa confessare crimini e segreti, aggredisce cose e persone, è coraggiosa e intelligente (tutti - tutti - chiedono consiglio a lei). Fortunatamente questo personaggio si riprende un po' nella parte finale del romanzo: iniziano ad emergere i lati fragili, le insicurezze e gli errori commessi, rendendola decisamente più umana e – oserei dire – più reale.

L'idea poi di suddividere l'intero libro in brevi POV dei quattro personaggi principali è un po' la chiave vincente di questo romanzo: lo stile è molto semplice, quasi elementare, però con la tecnica della frammentarietà l'autore riesce comunque a permettere al lettore di immergersi bene nella storia, di rimanere sempre sul filo del rasoio e di "soprassedere" (se così vogliamo dire) su uno stile non propriamente dantesco.

Un'ultima precisazione. Su aNobii qualcuno si è lamentato del fatto che quanto scritto in copertina ("Guarda, entra, scegli. E spera che non ti costi troppo") fosse la lampante dimostrazione che quelli della Fazi nemmeno si sono degnati di leggere il manoscritto di Stefano Pastor e che quindi - secondo questo critico – vi fosse l'ulteriore dimostrazione di avere per le mani un romanzo spazzatura. Ma perché, mi chiedo io? È vero che in realtà nel romanzo "il giocattolaio" è Peter (quindi uno di quelli che cerca di salvare i bambini e non di ucciderli), ma è anche vero che l’effettivo mostro i bambini li attira con la promessa di ricchezze e, ovviamente, di giocattoli. Giocattoli di ogni tipo, colore, dimensione... quindi perché non pensare che anche il rapitore possa essere definito con questo appellativo?

Tirando le somme: è un libro che io ho letto veramente volentieri, un libro che mi sento di consigliare a chi abbia voglia di una lettura leggere ma ugualmente coinvolgente e avvincente.

VOTO: 4/5

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