sabato 31 dicembre 2016

Prometto silenzio assoluto: Risposta multipla di Alejandro Zambra:



Casa Editrice: SUR
Numero pagine: 106            
Descrizione: In bilico tra fiction e non fiction, tra romanzo e gioco letterario, Zambra riflette sulla memoria e sui dilemmi di una società obbligata al silenzio come quella cilena ai tempi della dittatura - dando vita a un'opera unica. Ma "Risposta multipla" è molto più che un divertimento. Costruito come un test universitario, è un libro in cui prosa e poesia convivono e dove un semplice esercizio linguistico può celare un problema etico: la necessità di mentire per affermarsi; il bisogno di stabilire dei legami pur non credendo più nell'amore; l'idea che nella vita non esista mai una sola risposta corretta. Affrontando tematiche che ci riguardano da vicino, Alejandro Zambra si conferma come un autore solido che non ha paura di rischiare, e si distingue per l'abilità con cui coniuga rabbia, umorismo e delicatezza.
***
Ora lo posso dire: il 2016 si è concluso – almeno dal punto di vista letterario – decisamente bene.

In questi ultimi giorni mi è capitato tra le mani “Risposta multipla” di Alejandro Zambra, libricino che ha la particolarità di essere strutturato come la Prova di Attitudine Accademica nazionale adottata in Cile dal 1966 al 2002, ovvero un lungo test a risposta multipla (appunto) relativo ai più disparati argomenti.
Inizialmente pensavo fosse solo un esercizio di stile alla “Scatola nera” di Jennifer Egan ma – come spesso mi capita – mi son dovuta ricredere.
Sì, c’è il gioco letterario. Sì, c’è la volontà di strutturare il libro come un test attitudinale al quale – ipoteticamente ­– chiunque armato di matita potrebbe rispondere come meglio gli aggrada. La realtà però è che dietro tutto questo salta immediatamente all’occhio la volontà di Zambra di parlare e di attaccare il regime dittatoriale cileno, Pinochet e le conseguenze drammatiche che questi hanno portato alla popolazione.

L’idea stessa di base rimanda a questi argomenti: per rispondere ad un test a risposta multipla non è necessario dare il proprio apporto personale per il superamento della prova. Viene semplicemente richiesto di imparare e ripetere tali quali le nozioni apprese (“Il test vi andrà bene, molto bene, non preoccupatevi: non vi hanno educati, vi hanno addestrati”). E cosa sono i regimi dittatoriali se non, anzitutto, l’abolizione della libertà di pensiero? Opinioni, pensieri ed espressioni sono generalmente i primi a sparire e chi esercita questi fondamentali diritti viene considerato pericoloso, sovversivo.

Zambra organizza anche i contenuti dei vari test affinché la denuncia sociale diventi sempre più palese con lo scorrere delle pagine, passando agevolmente dalla situazione scolastica per poi arrivare al divieto di divorziare e – più in generale – alla solitudine e alla diffidenza dei cileni (che non si salutano mai in ascensore).
In realtà in poco più di cento pagine l’autore ci racconta tanto, un mondo e una vita. Ci racconta la malinconia che permea le esistenze e lo fa con un’ironia spietata e feroce che contraddistingue l’intera narrazione, rendendo grotteschi anche gli episodi più drammatici e dolorosi che caratterizzano la vita di un uomo (credo che l’ultima lettera, quella di un padre al figlio non voluto, sia una delle cose più tristi che io abbia mai letto in vita mia).

Tanti spunti di riflessione quindi, spunti di riflessione per sovvertire regimi autoritari, chiusure mentali e imposizioni arbitrarie e profondamente ingiuste.

“23. PROMETTO
a) silenzio
b) assoluto
c) prometto
d) silenzio
e) assoluto”

VOTO: 4*/5

venerdì 30 dicembre 2016

Resoconto libroso 2016



E come ogni anno proviamo a tirare i remi e a fare un brevissimo riassunto circa le letture fatte.


1. Quanti libri hai letto per intero nel 2016?
149 libri per un totale di 28.53 pagine. Decisamente meglio dell’anno scorso, ma potevo anche impegnarmi e cercare di arrotondare. Così, tanto per.

2. Quanti ne hai abbandonato?
Nessuno: sono riuscita a portare a termine tutte le mie letture, comprese quelle sgradite, nella vana speranza che anche queste potessero riprendersi nella parte finale.

3. Il primo libro dell’anno?
“Un uomo innamorato” del mio amatissimo Karl Ove Knausgård. Inizio migliore non poteva esserci.

4. L’ultimo libro dell’anno?
“Risposta multipla” di Alejandro Zambra: una graditissima sorpresa.

5. Il primo graphic novel/manga dell’anno?
Il secondo volume de “La Divina Commedia” illustrato da Go Nagai. Sto ancora cercando di cavarmi gli occhi.

6. L’ultima graphic novel dell’anno?
“Guerra bianca” di Robbie Morrison con le illustrazioni di Charlie Adlard.

7. Quanti scrittori e quante scrittrici?
Dato da prender con le pinze: 93 scrittori e 22 scrittrici.

8. Classifica dei 10 libri migliori?
Per una volta tanto riesco anche a metterli in ordine di preferenza (in ordine crescente):
- L’armata dei sonnambuli (WU MING)
- Panorama (TOMMASO PINCIO)
- Last days of California (MARY MILLER)
­- L’uomo che cade (DON DELILLO)
-­ Jude l’Oscuro (THOMAS HARDY)
- La Triomphante (TERESA CREMISI)
- Dalle rovine (LUCIANO FUNETTA)
- La casa rossa (MARK HADDON)
- Al di là del mare (WOLFANG BAUER)
- Bruges la morta (GEORGES RODENBACH)

9. Classifica delle 5 copertine più belle?
Queste invece rigorosamente non in ordine:
- Sorelle Materassi (ALDO PALAZZESCHI)
- Mappe e leggende  (MICHAEL CHABON)
- Non capisco un’acca (MAURIZIO CECCATO)
- L’invisibile ovunque (WU MING)
- La ballata del re di denari (YURI HERRERA)

 10. Il libro peggiore in assoluto? L'hai letto fino alla fine?
“I cavalieri del Nord” di Matteo Strukul. Altissime aspettative buttate al vento da una storia inverosimile, piena di luoghi comuni e assurdità storiche. Peccato.

11. Il libro più vecchio che hai letto?
Credo la raccolta “Visioni” di William Blake.

12. E il più recente?
Presumibilmente “Harry Potter e la maledizione dell’erede” di J.K. Rowling.

13. Qual è il libro con il titolo più lungo?
Ancora la Rowling con “Racconti di Hogwarts: potere, politica e poltergeist”.

14. E quello col titolo più corto?
"Candido” di Voltaire.

15. Quanti libri hai riletto?
“Amleto” e “Macbeth” di Shakespeare.

16. L'anno prossimo quali vorresti rileggere?
Vorrei finire di rileggere – per l’ennesima volta – la saga di Harry Potter con la nuova traduzione.

17. Il maggior numero di libri letti dello stesso autore quest'anno?
Anche quest’anno vince Robert Kirkman con 12 volumi del suo "The walking dead".

18. Quanti libri scritti da autori italiani?
Con la mia partecipazione alla #stregathon ho decisamente ampliato la mia conoscenza a riguardo: 38.

19. Quanti dei libri letti quest'anno sono stati prestiti della biblioteca?
Nessuno.

20. Quanti dei libri letti quest'anno erano ebook?
33. Ho davvero riscoperto il piacere della lettura in digitale.

21. Un personaggio in particolare che ti è rimasto nel cuore?
Sono due in realtà: Ottavio Tondi de “Panorama” di Tommaso Pincio e Lupo de “La ballata del re di denari” di Yuri Herrera.

22. Un libro che avresti voluto leggere a tutti i costi, ma che ancora non hai letto?
Direi "Il dottor Živago" di Pasternak, ma sarà certamente una delle mie prossime letture.

23. Quanti libri vorresti leggere nel 2017?
Come lo scorso anno non mi pongo più nessun obiettivo numerico. Oramai punto alla qualità.


TOP 10+1 2016

lunedì 12 dicembre 2016

Luigi Sorrenti: quando l'editoria italiana regala ancora belle sorprese



Quando leggi una media di 140/150 libri l’anno diventa difficile farsi sorprendere positivamente da qualche autore, o comunque diventa difficile approcciare qualcosa che non abbia il sapore del già letto, già affrontato, già visto. L’editoria, italiana soprattutto, non rende questo compito meno arduo e solo spulciando attentamente tra i cataloghi della media e piccola editoria si può recuperare qualcosa che davvero valga la pena di essere letto o, nella migliore delle ipotesi, letteralmente divorato.

Ho avuto la grandissima fortuna di incontrare – metaforicamente parlando, s’intende – Luigi Sorrenti all’inizio del 2013 quando, bloccata da mesi su una sedia a rotelle per un incidente, mi regalarono il mio primo ereader, avviandomi così sulla strada per l’inferno lastricata non di buone intenzioni, ma bensì da libri in formato digitale.
Nello store trovai un titolo accattivante (“Immagina i corvi”), con una trama che prometteva di appagare la mia voglia di una lettura leggera attraverso un intreccio non banale e scontato, ma anzi decisamente spiazzante: la commistione tra horror (un bambino vittima di possessione demoniaca e un’inspiegabile invasione di corvi), thriller (efferati omicidi) e quell’atmosfera malinconica che solo i romanzi ambientati nell’Italia degli anni ’80 possono creare. Lo acquistai d’impulso (che poi acquistare è un parolone dato che all’epoca era ancora gratuito) e mi ci immersi subito.
Provate ora a capire il mio stupore quando, più o meno a pagina cinque, mi resi conto che questo Signor Sconosciuto - questo autore di cui non avevo mai sentito parlare e di cui non avevo letto mai nulla – non solo aveva creato le premesse per un ottimo romanzo (aggiungiamoci anche di formazione) ma sapeva anche, e soprattutto, scrivere divinamente. L’unico aggettivo che, ora come ora, mi viene in mente per descrivere il suo stile è “conturbante”: provoca inquietudine, crea tensione emotiva per tutta la durata del libro (e non parliamo di un libercolo di trenta pagine, eh) giocando abilmente con tutti i punti di vista dei personaggi, confonde le idee e crea confusione nel lettore che, messo alle strette, non può fare altro che andare avanti e andare avanti e andare avanti.
Ma non è solo questo. Luigi Sorrenti scrive a tratti in modo quasi poetico e immaginifico, sviscerando la psicologia dei personaggi come raramente ho visto fare e che mi ricorda terribilmente le abilità di scrittura dei grandi russi (e se pensate che sto esagerando è sufficiente che andiate a leggervi “La mite” di Dostoevskij o “Il monaco nero” di Čechov, così poi ne riparliamo).
Ad ogni modo terminai “Immagina i corvi” tre giorni dopo, perché semplicemente me ne innamorai.

Ma, come i lettori accaniti possono ben capire, terminare un bel libro è un po’ come lasciar andare un caro amico. Ben presto si sviluppa la necessità di ritrovare quelle atmosfere, quella scrittura, quel qualcosa (magari anche di indefinito) che ti ha incollato alle pagine e che ti  ha fatto stare bene. Soluzione: mi misi a cercare tutti i libri di Luigi Sorrenti. Ahimè ne rintracciai solo uno: “L’uomo nero”, scritto qualche anno prima di “Immagina i corvi”, giallo ambientato in una Roma grigia e fumosa dei nostri giorni.
Un libro sicuramente più immaturo rispetto al primo di cui vi ho parlato, ma che presenta comunque i medesimi punti di forza: una scrittura ammaliante e una trama solida (come per “Immagina i corvi” si tratta di un intreccio in cui non sono riuscita ad individuare il colpevole a pagina 10, cosa che purtroppo mi accade abbastanza spesso con i thriller di ultima generazione).

E siccome su Kobo Store io non ci sto praticamente mai (chi sostiene il contrario diffonde calunnie e malelingue), una decina di giorni fa non ho potuto non notare il nuovo libro del Nostro: “L’accordo del diavolo”. La mia gioia, dopo quattro anni di astinenza, è stata assoluta. Liquidata in fretta la rilettura del “Macbeth”, mi ci sono buttata a capofitto.
Ed è stato davvero come ritrovare un vecchio amico. Atmosfere noir, leggende inquietanti (quella del musicista blues Robert Johnson che si dice aver venduto l’anima al diavolo in cambio di talento e fama), personaggi ambigui che sembrano usciti dritti dritti da un incubo ed inspiegabili morti. Tutto questo e molto altro è l’ultimo romanzo di Sorrenti, un romanzo dal sapore oscuro, ancora più cupo dei precedenti e sempre molto doloroso, come dovrebbe essere quando di mezzo ci sono bambini o giovani ragazzi che si vedono stravolgere la vita da un destino inesorabile e beffardo.
La grossa novità è rappresentata dall’ambientazione, difatti abbandoniamo (almeno in parte) l’Italia e ci lasciamo guidare per Poison, paesino rurale sul delta del Mississippi. E se mi è concesso un altro paragone, direi che qui i richiami alle atmosfere del mio amatissimo Joe Lansdale sono innegabili: l’America del Sud, i problemi raziali ancora molto presenti, il caldo, gli sceriffi…

Insomma, non so più cosa dire per convincervi a leggere quest’autore italiano che, davvero, merita tutta l’attenzione di noi lettori; se non altro perché scrive benissimo, non mette su carta idee abominevoli e non pubblica tanto per. Al contrario ci troverete cura per lo stile e la caratterizzazione dei personaggi, attenzione per la trama ed espedienti geniali per creare il giusto equilibrio tra mistero e realtà.

Leggetelo, leggetelo, leggetelo.

sabato 17 settembre 2016

Vite castrate: La Triomphante di Teresa Cremisi



Casa Editrice: Adelphi
Numero pagine: 185            
Descrizione: Questo libro è la storia di una bambina nata ad Alessandria d'Egitto, dove ha vissuto un'infanzia felice esplorando con sagace curiosità un universo in cui il «vento della Storia» coesisteva con «l'odore di putrefazione, la lebbra che corrode i muri, i fiori selvatici che spuntano alla rinfusa, le risate libere e impertinenti, l'allegro fatalismo»; una bambina che, a differenza delle sue coetanee, amava le battaglie navali e «conosceva a menadito la differenza tra i cannoni da 36 libbre e quelli da 32» – e il cui eroe era Lawrence d'Arabia. Ma è anche la storia di un'avventuriera: quella in cui ha saputo trasformarsi la protagonista dopo essere stata costretta ad abbandonare la luce della sua terra e il profumo del suo mare, lasciandosi alle spalle un Oriente fantasmatico e partendo alla ricerca di un Occidente che lo era almeno altrettanto. Ed è soprattutto la storia di una donna che, soffocando la tentazione vana della nostalgia, ha affrontato a testa alta, come una sfida del destino, le umiliazioni dell'esilio e gli inevitabili rischi che comporta l'essere, sempre e ovunque, la straniera; e che è riuscita, con le sole armi della tenacia e dell'ironia, a diventare, in qualche modo, ciò che sognava di essere: un ammiraglio – e a portare a termine, al pari di Ulisse, il proprio viaggio. Senza tuttavia mai perdere – come ha detto l'autrice stessa in un'intervista – «quella malinconia, tipica dell'esule, che la induce a chiedersi in ogni momento se è davvero al posto giusto».
***
Lo desideravo follemente questo libro, anzi forse è il caso di dire che l’ho bramato fin dal primo istante in cui – al Salone Internazionale del Libro di Torino di quest’anno – ci ho posato sopra gli occhi.
Perché? Per la trama, anzitutto. L’idea di poter leggere di una bambina che improvvisamente si trova catapultata in un mondo che non le appartiene, culturalmente lontano e apparentemente inavvicinabile, mi è sembrata da subito molto vicino alle mie corde.
In secondo luogo quel titolo, quel “La Triomphante”, mi ha da subito suggerito indipendenza, capacità di reggere agli urti peggiori della vita e voglia di rivalsa.
E in realtà non mi sbagliavo, anche se – devo ammettere – il mio è stato un rapporto molto travagliato con questo libro.

Il libro è suddiviso in cinque parti maggiori (mattina presto, tarda mattinata, pomeriggio, nove di sera, mezzanotte e mezza) – ognuna corrispondente alle principali età della vita – e le mie più grandi difficoltà si sono presentate subito, durante la lettura delle primissime pagine.
Non riuscivo ad immedesimarmi nelle vicende e nei ricordi di questa bambina, non mi toccavano, scivolandomi addosso senza lasciare traccia.
Ho perseverato, anche su consiglio di lettori fidati, e tutte le mie aspettative su questo libro si sono improvvisamente materializzate e mi hanno completamente ripagato della fatica iniziale.
Se, come ho detto, l’impressione iniziale era stata quella di un libro noioso, poco affine al mio pensiero e ai miei gusti; dalla seconda parte in poi ho avuto l’impressione di leggere un libro che fosse in buona parte ricalcato sulla mia vita, un libro in cui ho potuto ritrovarmi come non succedeva da molto tempo.

Le vicende narrate (molte autobiografiche dell’autrice stessa) ci raccontano la storia di una donna che fin dalla più tenera infanzia ha dovuto fare i conti con l’impossibilità di avere una patria, delle radici e un posto da chiamare “casa”. Ad Alessandria d’Egitto ci è nata, certo, ma i suoi genitori sono italiani e anglo-spagnoli, la madre si sente una “straniera” in quella terra e cerca costantemente di fuggire lontano almeno per brevi periodi l’anno.
Anche la questione della lingua parlata non è indifferente: la nostra protagonista inizia da piccolissima a chiedersi quale sia la “sua” lingua, la lingua del suo pensiero, e trovandosi di fronte all’impossibilità di individuarne una ufficialmente decide, in modo del tutto arbitrario, di eleggere il francese a sua lingua natia.

La situazione degenera ulteriormente nel momento in cui iniziano gli spostamenti della famiglia nel cosiddetto “mondo Occidentale” (in Italia prima, in Francia poi) che da subito inizierà a fagocitarli cancellando con un colpo di spugna gran parte di quello che sono stati, e - contemporaneamente - a respingerli, rendendo di fatto palesi ed insormontabili le differenze culturali e ideologiche tra mondi così diversi.
La famiglia pian piano si sgretolerà – seppur non in modo evidente - sotto il peso di un tale stress e di una tale pressione ed è forse proprio in quegli anni che la protagonista inizia a riconoscere la propria personale fatica nel gestire tutti questi aspetti della sua vita (egiziani, italiani, francesi). Una volta in Italia inizierà a scordare le cose belle ed amate dell’Egitto, inizierà a non attribuire più valore al proprio passato nel disperato tentativo di adeguarsi, di rendersi invisibile e completamente accettata nella nuova società in cui – come abbiamo detto – si è trovata improvvisamente catapultata.

Ed è proprio in questi ultimi concetti che, a mio avviso, si snoda il secondo fulcro principale dell’intero romanzo: l’impossibilità di essere sé stessi. In quasi ogni pagina ci viene ricordato quasi ossessivamente, di come lei stessa non riesca a mettere in luce la propria anima e il proprio Io, per timore di essere individuata come “diversa”, e di come l’unica soluzione possa essere il mimetismo, il capire cosa gli altri vogliono, l’adattarsi alle richieste e il sottomettersi sempre e comunque.
In sostanza “mai trionfante, sempre accortamente dissimulata”; una sorta di castrazione metaforica che accompagnerà la protagonista per tutta la sua lunga vita.

Di contro però ci troviamo davanti ad una donna che, oltre ad essere tremendamente lucida e obiettiva circa i suoi vissuti, riesce anche ad essere decisamente indipendente e libera da quel legame di sudditanza con gli uomini che invece caratterizzava così tanto gli anni ‘50/60.
A Milano inizierà una straordinaria carriera editoriale che la porterà ad alti incarichi professionali, che la gratificheranno e la porteranno a diventare donna di mondo, in bilico tra Italia e Francia, con un matrimonio del tutto singolare e scevro da forzature di ogni sorta.
Il senso di alienazione tuttavia permane anche in queste parti del libro, la percezione di gioia e libertà offuscata dalla sensazione che ancora la protagonista non riesca a vivere e a viversi come entità autentica e slegata dagli altri.

Inevitabili poi i collegamenti con la bravissima Jhumpa Lahiri, autrice statunitense di origine indiana, che ha fatto dei temi della patria, dello sradicamento e della lingua i propri capisaldi (se non l’avete fato correte a recuperare “In altre parole”, edito Guanda).
Anche Elias Canetti viene più volte citato all’interno del romanzo, con precisi riferimenti al suo “La lingua salvata” all’interno del quale l’autore ricerca assiduamente una propria lingua madre, nello spasmodico tentativo di individuare in essa un approdo sicuro ed esistenziale.

Un libro molto, molto toccante che è riuscito a toccare le corde giuste del mio cuore e facendomi emozionare come da molto non mi capitava.
Contenta di non essermi arresa alle prime difficoltà: se l’avessi fatto probabilmente ora sarei una persona molto meno consapevole e meno propensa al cambiamento.

VOTO: 4*/5
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“Neppure una virgola della Storia sarà stata scritta da me; la mia vita non avrà cambiato né aggiunto niente al destino del mondo. Le tracce che ho lasciato sono irrisorie. Le «idee inesprimibili e inconsistenti» che hanno attraversato la mia giovinezza non hanno prodotto niente. Tutto sarà presto dimenticato.
Ma questo mondo l’ho guardato molto.”