domenica 31 gennaio 2016

Ascesa e caduta di un dittatore: L'ultima notte del Rais di Yasmina Khadra



Casa Editrice: Sellerio Editore
Numero pagine: 162
Descrizione:Il colonnello Gheddafi trascorre nel tormento le sue ultime ore. Abbandonato da tutti, assalito dai dubbi, si è reso conto troppo tardi della devastazione in cui versa il suo paese, e adesso la solitudine lo costringe a guardarsi dentro e a ripercorrere la propria vita. La megalomania l’ha spinto a credere di poter incarnare la sua nazione, il suo popolo. Narcisista, esuberante, esaltato dalla sua lotta salvifica, il «più umile dei Signori» ha infierito sul popolo per servirlo al meglio, eliminando i calunniatori e sfidando i potenti della terra. Ma cosa resta della sua follia ora che la sua stessa gente, dopo averlo acclamato e osannato, si prepara a linciarlo? L’ultima notte del Rais racconta di un uomo nato sotto il segno dell’ingiustizia, che sogna un riscatto individuale e collettivo. Nelle ore fatali del declino il Rais ritorna a quei momenti in cui ha avuto fede nella sua nazione e in se stesso e ha cercato di sollevarla dalla povertà, dallo sfruttamento. Fin quando l’immensità di quella visione, e di quel potere, si è trasformata in terrore e autoritarismo. Con una lingua brillante L’ultima notte del Rais scruta l’anima oscura di un irriducibile rivoluzionario, di un sognatore sanguinario, prigioniero delle sue azioni e delle sue angosce, di eccessi e ossessioni, che vede crollare un mondo, reale e immaginario, di cui lui stesso è autore e principale attore. Raccontando in prima persona la vita del Rais, Yasmina Khadra coinvolge il lettore e delinea il ritratto di un personaggio di grande complessità, crudele e fragile al tempo stesso, un dio in terra che di colpo si scopre uomo. Con questo libro Yasmina Khadra si conferma tra i più coraggiosi e profondi raccontatori del Mediterraneo.”

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E poi ci sono quei libri di cui non sai nulla, ma che non appena li vedi esposti sullo scaffale sai di doverli acquistare: vuoi perché improvvisamente scopri di volerne sapere di più su un determinato argomento o semplicemente perché quel libro “ti sta chiamando”. Ed è questo quello che è successo con questo piccolo volume.
In realtà è un libricino che si legge in pochissime ore, ma credetemi se vi dico che l’autore (eh sì, perché Yasmina Khadra è lo pseudonimo dello scrittore Mohamed Moulessehoul) in poche pagine è riuscito a parlarci della storia di Mu’ammar Gheddafi come nemmeno un saggio storico di 800 pagine avrebbe saputo fare.

La storia delle ultime ore di vita del Rais la conosciamo praticamente tutti, grazie anche ai barbari video della sua cattura che vennero trasmessi da tutti i telegiornali nazionali e non, ma il pregio di questo libro è quello di permetterci di entrare nella testa del dittatore e di affrontare con lui – attraverso un sapiente e mirabile flusso di coscienza - il dramma finale.
Con Khadra/Gheddafi riusciamo a riflettere sulla natura, l’ascesa e la caduta, di una dittatura che ha tenuto in scacco un paese per la bellezza di quarant’anni.
Scopriamo così la megalomania, l’ossessione per il potere (“Il potere è un allucinogeno”) che ha caratterizzato questo personaggio e la sua assoluta convinzione di essere un inviato di Dio in Libia, l’unico in grado di riportare l’ordine e la giustizia al suo popolo barbarizzato da una monarchia sempre più spietata e ingiusta. Ci troviamo di fronte anche ad un eroinomane, affetto da allucinazioni visive e uditive (che – a suo dire – sono la dimostrazione evidente del suo legame con Dio), votato al martirio e pienamente certo della bontà del suo operato, al punto tale da non riuscire in alcun modo a comprender il tradimento dei “suoi” libici.

Quello che però è veramente interessante è il ritorno all’infanzia e alla giovinezza che il Rais fa nei suoi ultimi deliri e che ci permette di scorgere un personaggio completamente diverso da quello consegnato alla Storia, forse un uomo che aveva – almeno inizialmente - davvero a cuore la sorte del proprio popolo, con una voglia di riscatto incredibile e la necessità di dimostrare a tutti di non essere solo un beduino, ma qualcosa di più. Di molto di più.
E come si è trasformato quest’uomo nel feroce dittatore che conosciamo? La paranoia ha giocato un ruolo fondamentale: nel tentativo di tenere a bada (eliminandoli) tutti i dissidenti e chiunque osasse esprimere un’opinione contraria alla sua, ha completamente perso di vista il tanto osannato popolo libico al punto tale da ripetersi, in uno dei passaggi più commoventi e forti del libro, “temevo il tradimento nei miei palazzi, e invece mi coglie alla sprovvista nelle strade”. Il suo orgoglio e la necessità di spezzarsi ma non piegarsi hanno fatto tutto il resto, portando il figlio dei dromedari ad essere quello che tutti noi abbiamo conosciuto: un dittatore, null’altro che questo. Anzi, un dittatore intento a crearsi alibi e giustificazioni.

Un ultimo punto non meno importante che però va affrontato è quello relativo al ruolo giocato dalle potenze occidentali nella caduta del Rais: osannato prima (inutile ricordare lo sfarzo con cui è stato accolto anche qui da noi) e abbandonato poi, in un tentativo squallido e tipicamente occidentale di andare ad intromettersi nel processo di autodeterminazione di un popolo che di tutto aveva bisogno tranne che dei nostri “consigli” e dei nostri aiuti.

In sostanza un libretto piccolo piccolo adattissimo a chi ha voglia di riflettere e non ha paura di mettersi nei panni di personalità scomode e aborrite dai più.

VOTO: 4*/5

mercoledì 13 gennaio 2016

L'orrore tra le pagine: La Divina Commedia di Go Nagai



Veniamo subito al dunque e, a costo di sembrare saputella e saccente, analizziamo per bene l’opera incriminata: La Divina Commedia di Go Nagai (forse conosciuto ai più per il suo Devilman e Mazinger Z).

Le domande di fronte ad uno scempio di tale portata sorgono spontanee: perché il padre dei super-robot avrebbe dovuto cimentarsi nella trasposizione del capolavoro dantesco? Ma, soprattutto, che diamine di libro ha letto questo signore?
Fermo restando che risposte alla prima domanda non ne avremo, direi che azzardare qualche ipotesi per la seconda è utile e doveroso. La realtà è che il manga che ci troviamo per le mani è una rivisitazione approssimativa e decisamente fantasiosa della grande opera. Certo, potrete dire voi, riassumere un poema formato da tre cantiche (di cui ognuna composta da 33 canti) in un manga di tre volumetti nemmeno particolarmente voluminosi, non è una cosa facile per cui i tagli ed eventuali imprecisioni ci possono anche stare. Il problema è che qui però non si parla solo di questo, ma di vere e proprie baggianate che Go Nagai poteva risparmiarci.

Ma andiamo con ordine e vediamo, con buona pace della mia intelligenza, alcuni dei punti che meglio possono illustrare che cosa non vada in questa trasposizione.

1 – Virgilio nel primo volumetto dichiara a Dante di essere venuto in suo aiuto al limitare della Selva Oscura perché a richiederglielo è stata Beatrice. Fin qui tutto bene. Purtroppo per noi però subito dopo Virgilio se ne esce con questa fantastica pensata: “Io che stavo nel Purgatorio sono stato chiamato in Paradiso da una nobile e meravigliosa fanciulla!”. Qualcuno può spiegare a Go Nagai che Virgilio al Purgatorio non ci è mai arrivato? È un pagano e in quanto tale costretto ad espiare la sua pena nel Limbo che, fino a prova contraria, fa parte dell’Inferno. Questa imprecisione verrà ripetuta più volte nel corso del fumetto (“è scesa apposta dal Paradiso al Purgatorio in cui stavo…”).

2 – Licenza poetica: subito dopo aver oltrepassato la Porta dell’Inferno Dante viene assalito da visioni che gli mostrano il volto delle persone a lui care in vita, come ad esempio la madre, i fratelli, la matrigna, ecc. A che pro tutto questo? Nella Commedia non succede e se lo scopo era quello di darci qualche informazione di più sulla vita di Dante direi che il tentativo è fallito miseramente, non ci sono approfondimenti e si ha l’impressione che sia un qualcosa di messo lì solo per “allungare il brodo”. Come se ce ne fosse bisogno.

3 – Gli ignavi vengono definiti come persone che hanno pensato solo al proprio bene e per questo punite. Non è proprio così: gli ignavi sono coloro che nella loro vita non hanno mai voluto assumere una posizione, mantenendosi sempre neutri. La dissolutezza e l’egoismo sono un altro paio di maniche.

4 – Parliamo del siparietto con Caronte? Parliamone. Questo povero diavolo vuole giustamente rifiutarsi di traghettare Dante attraverso l’Acheronte: è vivo e in quanto tale non può accedere all’Inferno. Nella Commedia, quella vera e sensata, bastano poche parole di Virgilio per quietarlo (il famoso Caron, non ti crucciare: Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”). Nel manga, no. Virgilio non viene proprio calcolato da Caronte (e quindi viene messa in discussione la volontà stessa di Dio) e Dante dalla paura sviene. Ed ecco il colpo di genio: se Dante è svenuto è come se fosse morto e quindi Caronte lo carica sulla sua barca e lo traghetta.
No, scusa?!

5 – Proseguiamo e troviamo anime che per cinque/sei tavole cercano di mentire a Minosse, quando viene chiaramente detto che “Dico che quando l'anima mal nata / li vien dinanzi, tutta si confessa”.

6 – Secondo Go Nagai Cerbero, il guardiano del III cerchio infernale, non si limita a graffiare e scuoiare i peccatori di gola, no. Secondo Go Nagai Cerbero se li mangia e li espelle attraverso le feci, da qui la melma che ricopre l’intero girone (data in realtà da una pioggia mista a neve). Ora ditemi voi che credibilità può avere questo manga.

7 – Licenza poetica numero due: nel quarto girone avidi e prodighi non spingono massi con il petto, ma grossi sacchi pieni d’oro. I sassi probabilmente parevano brutti e non erano sufficientemente scenici. Com’era ingenuo Dante.

8 – Il Messo Celeste quando giunge alle porte della Città di Dite compie una strage di diavoli per far proseguire il cammino a Dante e Virgilio. Nella Commedia questo povero Messo si limita a guardarsi attorno sdegnato e ad aprire le porte della città sfiorandole con un pezzo di legno.

E direi che è forse il caso di fermarsi qui, al primo volume di questa insensatezza. I due volumi successivi non sono meno pittoreschi e assurdi, ma spero che già questi pochi riferimenti vi aiutino a prendere questo manga per quello che è, ovvero - come ho già detto all’inizio – una rivisitazione fatta nemmeno tanto bene.

Altri appunti veloci ma significativi: ho letto commenti entusiastici circa le tavole e i disegni di Go Nagai. Qui, è vero, il gusto di ognuno è molto soggettivo, ma le tavole che maggiormente hanno riscosso successo sono la brutta copia di quelle di Gustave Doré. E io non ho trovato da nessuna parte un’indicazione che lo spiegasse o mettesse sull’avviso i lettori.

Anche il carattere dei protagonisti viene modificato: Virgilio passa tutto il suo tempo ad urlare e a fare da motivatore psicologico perdendo completamente quella calma (e quella credibilità) che tanto rassicura Dante nel suo viaggio. Anche Beatrice non è esente da assurdità: molto spesso viene rappresentata nuda e in atteggiamenti provocante che ci portano a chiederci che fine abbia mai fatto la donna “santa” tanto idealizzata da Dante. Probabilmente ce la siamo persa per strada. 

Sinceramente sarebbe sufficiente solo un po’ di onestà intellettuale (di sicuro non una laurea in Lettere Classiche) per capire che Go Nagai poteva risparmiarsi questa fatica ed evitare a noi la voglia di strapparci gli occhi.

lunedì 4 gennaio 2016

Realismo isterico e potenza della banalità: Un uomo innamorato di Karl Ove Knausgård



Casa editrice: Feltrinelli, collana “I Narratori”
Numero pagine: 650
Descrizione: Nell’arco di pochi giorni Karl Ove Knausgård decide di dare un taglio netto alla propria vita in Norvegia e lascia il paese e la moglie Tonje per trasferirsi a Stoccolma. Lì stringe profonda amicizia con un altro esiliato norvegese, un intellettuale appassionato di boxe di nome Geir, e va dietro a Linda, una bella poetessa che l’aveva incantato anni prima a un workshop per scrittori. Un uomo innamorato, il secondo volume di sei del ciclo La mia battaglia, vede Knausgård raccontare di relazioni tempestose, delle sfide della paternità e dell’urgenza di scrivere. Come ne La morte del padre, noi leggiamo mentre la sua vita si svolge.
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Prima di addentrami in una pseudo analisi (pseudo per le mie limitate capacità, non certo per la pochezza del materiale offerto dal romanzo) di questo secondo volumone de “La mia battaglia” (imponente autobiografia di Karl Ove Knausgård) concedetemi una brevissima disgressione.

Non tutti i libri sono per tutti, non tutti i libri arrivano nel momento giusto e in alcuni casi è davvero necessario accantonarli per poterli apprezzare solo successivamente, magari anche a distanza di anni. E questo libro non è un’eccezione alle due “regole” precedenti: è inutile volercisi ostinare perché è un fenomeno editoriale o perché tutti i booktubers più famosi ne parlano. Non è per questo che si legge un libro. Questo in particolare (ma potrei citarne molti altri, tra cui “La Nave di Teseo” di Doug Dorst e J.J. Abrams tanto per fare un esempio) è uno di quelli che va preso con le pinze, che va affrontato con pazienza e con una buona capacità di autoanalisi. Se non siete amanti delle descrizioni troppo lunghe o se cercate il brivido ad ogni piè sospinto, direi che potete anche lasciar perdere: qui correte il rischio di trovarvi impegolati in due pagine di descrizioni su un paio di scarpe o sul cambio di un pannolino, e l’unica suspence che ne potete trarre è legata ai dissapori con una vicina non proprio stabile di mente.
Per riassumere: non è un libro per lettori pigri. Non è un libro da leggere in un giorno. Non è un libro di cui chiacchierare in ufficio, anche perché si tratta di volumi molto intimi e personali.

Bene, ora che mi sono tolta un sassolino dalla scarpa posso iniziare.
“Un uomo innamorato” ci racconta già tanto a partire dal titolo: non troveremo il dolore per la perdita di una persona cara, il tentativo di rielaborare il lutto attraverso il passato e la voglia di mettere a tacere i propri demoni; così come i toni saranno meno cupi e claustrofobici. Forse è anche per questo che molti hanno storto il naso, definendo questa seconda parte come più lenta e meno “potente” della precedente. La realtà, secondo me, invece è proprio un’altra: qualitativamente “Un uomo innamorato” è uguale a “La morte del padre”, ma la felicità e l’amore sono una cassa di risonanza inferiore rispetto alle tematiche di cui sopra.

Se però ci si prende la briga di leggere bene tra le righe quello che ci si presenta davanti non è soltanto, appunto, un uomo innamorato, ma anche – e soprattutto – un uomo irrequieto, incapace di godere appieno delle belle cose che succedono a lui e attorno a lui, un uomo ossessionato dalla sua incapacità di essere adeguato agli altri e alle diverse situazioni sociali che si trova a vivere.

Questo è forse uno degli aspetti più affascinanti di questo libro e che mette bene in luce una delle caratteristiche fondamentali di Karl Ove: la misantropia. Vive in una grande città, ha famiglia (decide di avere tre figli!), molti amici e fa lo scrittore, ma… sì, c’è un ma. Karl Ove è un grandissimo conoscitore di sé stesso e in quanto tale individua e si auto attribuisce una generale incapacità di vivere relazioni sociali e affettive piene e significative. Per sua stessa ammissione si è sempre mantenuto lontano dagli altri, sia perché incapace di gestire la sofferenza in caso di distacco (“Per tutta la mia vita adulta ho mantenuto le distanze dagli altri, è stato il mio modo per cavarmela, e questo ovviamente perché arrivo a sentirmi così vicino alle altre persone con i pensieri e con i sentimenti che basta che per un attimo allontanino da me lo sguardo con espressione di distacco perché dentro di me scoppi una tempesta.”) e forse anche perché incapace di far emergere il vero Io (che lui, come abbiamo detto, conosce così bene) nel confronto diretto con il mondo, arrivando ad annichilirsi e plasmarsi in un tentativo vano e faticoso di adeguamento.

E questo suo essere è presente anche nella vita di coppia, una vita fatta di alti e bassi come per tutti, ma che in alcuni momenti acquisisce le sembianze e il sapore di una prigione. Con questo non voglio dire che la colpa (se di colpa si vuole parlare) sia imputabile esclusivamente a Karl Ove, tutt’altro, ma certamente questo suo costante bisogno di libertà (a tratti quasi egoistico) non sempre va a braccetto con le esigenze di una famiglia numerosa come la sua. Anche la moglie Linda presenta dei grossi punti di debolezza, ma per ragioni che sono diametralmente all’opposto di quelle del marito: ha sofferto di attacchi depressivi maniacali e molto spesso a prendere il sopravvento sono i repentini sbalzi d’umore che la portano ad essere serena e vitale prima e ombrosa e ostile immediatamente dopo.
Ma nonostante tutto proseguono il loro cammino, tra recriminazioni e gesti d’amore incredibili, tengono in piedi la famiglia e si barcamenano tra le esigenze della quotidianità; ed è veramente inquietante il parallelismo finale che emerge tra la loro vita di coppia e quella dei genitori di Karl Ove (iniziata “come una fiaba” e finita nella distruzione e nella miseria). Se questo parallelismo sia utilizzato come similitudine o monito, forse nemmeno Knausgård lo sa.

Quello che in definitiva fa apprezzare davvero questo secondo romanzo, e più in generale lo stile e l’intento di Knausgård, è proprio la possibilità di sentire come vero quello che ci viene raccontato, di farlo nostro e di sentirci un po’ meno meschini quando anche noi vorremmo mandare il nostro compagno/a (con figli annessi) a quel paese.
Sì, alla fine Karl Ove ti raggiunge e ti ghermisce rendendoti impossibile allontanarti dalle sue pagine per il semplice motivo che guardando alla sua vita (e diventando, come ho già detto in un altro articolo, dei piccoli voyeur) si vede un po’ anche della propria.
Io perlomeno mi ci sono ritrovata tanto in quelle seicento e passa pagine.

Ultimi due appunti prima di concludere, anche se potrei andare avanti per delle ore a parlare di quest’uomo e della sua opera, sviscerandola e cercando tutti i collegamenti possibili e immaginabili.
Punto primo: ho sentito dire che la scrittura sia qualitativamente scarsa (“con delle belle trovate per rendere la noia sexy”, così ho recentemente letto in un articolo che riguardava questo scrittore) e mi spiace ma no, non sono d’accordo. Ci sono dei passaggi di un lirismo quasi commovente e una scrittura talmente introspettiva da fare male. Se quest’uomo non sa scrivere che cosa si dovrebbe dire di tutti quegli autori che vanno a malapena al di là del periodo semplice e usano la punteggiatura a casaccio? Mistero.

Punto secondo: dalle pagine di “Un uomo innamorato” emerge, molto più che nel primo, un ritratto non propriamente lusinghiero dei paesi scandinavi in generale e della Svezia in particolare, o quantomeno il mito che molti di noi italiani hanno (me compresa) nei confronti di queste terre, viene ampiamente ridimensionato. Un altro punto su cui certamente riflettere e che ci ricorda come le cose andrebbero davvero conosciute e approfondite prima di potersi pronunciare perché, come dice il buon Caparezza, “io non parlo di cose che non conosco”

VOTO: 5*/5