mercoledì 24 febbraio 2016

A Gianni Rodari "petaloso" sarebbe piaciuto



A Gianni Rodari il nuovo aggettivo “petaloso” sarebbe piaciuto. E anche tanto.

Sapete lui era uno scrittore che amava giocare con le parole, le modificava con la fantasia e le rendeva nuove, affascinanti e perfette per creare un qualche viaggio immaginario.
Ma Gianni Rodari era anche, e soprattutto, un insegnante, anzi un Insegnante con l’iniziale maiuscola che ha sempre visto nei suoi piccoli alunni tutto il bello e il potenziale dell’infanzia. E sapeva meglio di chiunque altro che un bambino, se lasciato libero di esprimersi, poteva essere fantasioso ed estroso almeno quanto lui. Certo, ogni tanto nei temi in classe comparivano (e compaiono tutt’ora) parole inventate, prive di significato, ma talmente belle che sarebbe stato uno spreco cancellarle con un tratto nervoso di penna rossa. E così il nostro Gianni fedele al suo motto “in ogni errore giace la possibilità di un storia” chiedeva al bambino di scrivere da zero storie con quella nuova parola, di prenderci confidenza, di farla propria e – in definitiva – di usare ancora di più il repertorio fantastico che ogni bambino dispone. Il bambino imparava, la sua autostima cresceva e tutti erano più distesi e felici.

Quello che è successo oggi avrebbe potuto tranquillamente essere raccontato da Rodari nel suo meraviglioso “Grammatica della fantasia” (manuale che tutti gli insegnanti dovrebbero leggere): un bambino di otto anni in un tema inventa per descrivere un fiore il termine “petaloso”, la sua insegnante non demonizza l’errore, ma anzi decide di scrivere all’Accademia della Crusca per vedere se è possibile inserire questa parola inesistente nel nostro vocabolario. E inaspettatamente quelli dell’Accademia non solo rispondono, ma dicono anche di sì.
Ed ecco che l’errore diventa crescita, diventa una storia da raccontare e condividere. Diventa addirittura una nuova parola.

Quasi, quasi me lo vedo Rodari sorridere compiaciuto. E vedo tanti insegnanti soddisfatti annuire contenti.
E a tutti quelli che sono già stanchi di questa storia dico: rilassatevi, usate un po’ meno cinismo e il mondo sarà certamente un posto meno grigio e più “fantastico”.

martedì 9 febbraio 2016

Di vuoto e letture: Panorama di Tommaso Pincio



Casa Editrice: NN Editore
Numero pagine: 198
Descrizione: "Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Si sono scritti messaggi per quattro anni sul social network Panorama, l'ha vista in foto e ha passato un'infinità di ore a guardare il suo letto disfatto. Prima di quei messaggi, Ottavio Tondi non aveva mai scritto nulla, non una parola né un appunto. Il suo lavoro e la sua vita erano dedicati alla lettura. Ma non era un lettore qualunque. Era il lettore, colui che aveva determinato la pubblicazione del più grande best seller di tutti i tempi, e che da allora decideva delle fortune dei romanzi in libreria. Ma tutto questo succedeva prima, prima dell'incidente di ponte Sisto, prima che il mondo smettesse di leggere i libri, prima che Ligeia Tissot entrasse nella vita di Ottavio Tondi."
***
C’è chi l’ha amato senza riserve e chi invece l’ha detestato con tutto sé stesso. Io, per una volta tanto, mi colloco felicemente all’interno del primo gruppo anche se non nego che, arrivata a pagina dieci, il primo impulso è stato quello di gettare il libro fuori dalla finestra per il suo stile pomposo e volutamente intellettualoide.
Però mi sono trattenuta, ho voluto proseguire nonostante l’impressione iniziale e… meno male! Altrimenti mi sarei persa quello che alla fine ho eletto – contro qualsiasi aspettativa - a secondo miglior libro dell’anno, dopo “Un uomo innamorato” di Knausgård (di cui trovate qui la recensione). Sicuramente spiegare che cosa mi abbia affascinato di questo libro non è cosa facile, anche perché gli spunti di riflessione e gli agganci possibili sono davvero tanti, al punto tale di dovermi imporre di aspettare qualche giorno prima di poter anche solo pensare di scrivere queste poche righe.

Ottavio Tondi, il nostro “depresso antieroe”, è un lettore. Anzi, forse sarebbe più appropriato definirlo come IL lettore, dato che ha votato tutta la sua vita alla lettura, riuscendo a fare di questa passione (nata inizialmente come sorta di ribellione nei confronti del padre eccessivamente conformista e rigido, che lo voleva laureato e pronto a sostituirlo nella direzione dello studio di famiglia) un vero e proprio lavoro, leggendo manoscritti per una nota casa editrice, decretando con il suo insindacabile giudizio chi dovesse essere pubblicato e chi no. In pochissimo tempo – e anche a seguito di una serie di fortuite coincidenze – diventerà un fenomeno sociale, bizzarro e al tempo stesso osannato dalle masse, che lo porterà alla ribalta e che gli regalerà fama e notorietà (non volute).
Tutto però è mutabile, soprattutto la situazione sociale in cui il nostro Tondi si trova a vivere e a destreggiarsi, e così nel giro di pochissimo la sua passione diventerà anche la causa della sua più grossa caduta (non ho intenzione di dettagliare meglio questo passaggio perché rischierei dei grossi spoiler), del suo ritiro definitivo dalle scene e del suo approccio ad un nuovo fenomeno, fino a quel momento volutamente ignorato, ovvero quello dei social network. All’interno di Panorama conoscerà Ligeia Tissot con la quale instaurerà un rapporto intimo pur senza mai incontrarla dal vivo, un rapporto che durerà all’incirca quattro anni fino al raggiungimento del drammatico epilogo.

Ora, come ho già detto all’inizio, questo è un libro pregno di spunti di riflessione, ma forse la cosa più sensata e ovvia da fare è partire da quello più immediato e preponderante: la lettura. Tondi è un divoratore compulsivo di libri, legge non tanto per passione (per sua stessa ammissione quella c’era solo inizialmente), ma perché la letteratura gli dà la possibilità di guardare, di sbirciare all’interno di vite altrui. E pazienza se queste vite sono quelle di personaggi fittizi che non esistono e che mai esisteranno: l’importante è guardare e, all’occorrenza, anche giudicare. In questa sorta di voyeurismo immaginifico ritroviamo un po’ tutta la personalità di Ottavio: in assenza di una propria vita va  a cercarne altre, più stimolanti e che possano in qualche modo nascondere dietro alle loro pagine la meschinità, l’apatia (per non dire abulia) della sua. E difatti quando le pagine verranno meno saranno sostituite per questo grande compito dall’uso compulsivo e incontrollato di Panorama, un social network dove poter guardare senza però essere visti e notati.

Molto interessante anche il rapporto che il protagonista ha con il padre, reo di aver tarpato le ali al figlio con le sue ambizioni e i suoi progetti. Una situazione molto kafkiana che balza immediatamente agli occhi anche a chi, in realtà, dello scrittore praghese non sa nulla: il nome di Kafka è presentissimo, sia letteralmente che attraverso una serie di citazioni che ci riportano continuamente a lui (famosissima la frase “Non si può essere abbastanza soli, quando si scrive, e non si può avere abbastanza silenzio attorno e la notte non è mai abbastanza notte che – nel libro di Pincio – si vede sostituire il verbo “scrivere” con “leggere”). Nonostante i vari tentativi però le similitudini con Kafka, a mio avviso, terminano qui e in alcuni momenti ho trovato questa volontà di rifarcisi continuamente un po’ abusata e priva di contesto.

Il mondo della lettura creato (ma che non si discosta poi molto dalla nostra triste realtà) da Tommaso Pincio è poi in realtà qualcosa di sconfortante, grigio e senza speranza: pochi i lettori, una sorta di zoccolo duro che non si rassegna al declino del mondo dell’editoria e che vorrebbe non cedere nemmeno di fronte all’evidenza che, oramai, sempre meno persone hanno voglia, tempo e passione per leggere. E questi lettori “incalliti” – se così li vogliamo chiamare – sono gli stessi che osanneranno Ottavio Tondi, lo eleggeranno a loro simbolo, apprezzeranno le sue letture in solitaria, ma che – ad un certo punto – gli volteranno le spalle e anzi lo trasformeranno ina sorta di capro espiatorio a dimostrazione che, di questi tempi, per tanti la lettura è qualcosa alla moda, qualcosa da poter prendere e gettare via quando si trova qualche nuovo balocco con cui trastullarsi.
E, sinceramente, quando vedo il taglio che sta attualmente prendendo il fenomeno degli youbookers, con gente che non ha mai letto ma che ha iniziato giusto per poter fare poi dei video da mettere on line, beh… mi sembra che la profezia di Pincio sia drammaticamente vera.

Veniamo poi all’aspetto legato ai vari social network che, da qualche anno a questa parte, sono diventati una parte sempre più invasiva della nostra vita. Ma quello che Tommaso Pincio fa non è di certo limitarsi a riflessioni qualunquiste su questo fenomeno, ma cerca piuttosto di andare un pochino più a fondo puntando il dito e l’attenzione sui vari tribunali improvvisati tra i post e i commenti, sui vari “leoni da tastiera” che di fronte ad idee discordanti dalle proprie reagiscono facendosi spuntare i baffetti e inneggiando alla violenza, dimentichi di quella che una volta era l’etica della parola.
E poi ci viene nuovamente risbattuta in faccia la necessità che abbiamo di sapere, di curiosare e – diciamocelo chiaro e fuori dai denti – di farci gli affari degli altri, chi più chi meno.

È all’interno di Panorama che Ottavio incontrerà Ligeia (e solo per aver scelto questo nome, Pincio si meriterebbe dieci punti), una donna con la quale – abbiamo già detto – non avrà mai contatti diretti, ma si limiterà tutto al virtuale, pur sviluppando un sincero rapporto d’affetto, se non addirittura d’amore. Amore che rimarrà destinato al nulla, al vuoto, come nulla e vuota è la cornice fornita dal social network che rende sterile qualsiasi rapporto.

Veniamo infine alla scrittura che è forse il tasto dolente. Dico forse perché a conti fatti io l’ho adorata, ma mi rendo conto che si tratta di uno stile molto ricercato, fin troppo, e che può far perdere, oltre a tutta la naturalezza della narrazione, anche le staffe a chi sta leggendo.
Ecco sì, credo che se dovessi trovare un punto critico in questo romanzo indicherei proprio questo aspetto. E la necessità di infilare a tutta forza riferimenti al mio amato Kafka anche quando non erano poi così necessari.

VOTO: 5/5