sabato 26 marzo 2016

Una vera tortura: La figlia del boia di Oliver Pötzsch



Casa Editrice: Neri Pozza
Numero pagine: 432
Descrizione: Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.
***
Seconda bocciatura dell’anno. Certo non è una stroncatura totale come nel caso di “Vicino al cuore selvaggio” di Clarice Lispector (potete trovare il mio parere qui), ma non ci siamo poi così lontani.
E dire che le mie aspettative erano molto alte: mi stuzzicava l’idea di un romanzo storico, il fatto che ci fossero di mezzo delle streghe mi intrigava a sufficienza e l’avere dei protagonisti fuori dal canone ordinario era certamente un incentivo in più.
Che cosa non ha funzionato allora? Tanti, troppi aspetti.

Anzitutto mentre la lettura procedeva mi son resa conta di non avere per le mani il tanto decantato (da sinossi e recensioni) romanzo storico, ma un semplice thriller. Le vicende sono sì ambientate a Schongau, villaggio della Germania del 1600, ma le somiglianze con un romanzo storico finiscono qui. Se vi prendete la briga di cercare online le caratteristiche di un romanzo storico noterete come ovunque venga sottolineato il fatto che la storia e la sua ambientazione devono essere parte integrante delle vicende narrate e non un semplice contorno o sfondo. Ed è proprio quello che non accade in questo romanzo che rimane, ripeto, un thriller con dettagli storici che però non diventano mai predominanti, o comunque significativi.

In secondo luogo abbiamo un problema con la veridicità del titolo: se leggete “La figlia del boia” chi vi aspettate di trovare come protagonista? Se avete risposto la figlia del boia vincete una pacca sulla spalla. Peccato che sia la risposta sbagliata. Il protagonista assoluto della vicenda è Jakob Kuisl, il boia del villaggio. Sua figlia, insopportabile creatura, è presente ma, rispetto al ruolo del padre, in modo del tutto marginale. E no, non si tratta di un problema di traduzione dato che in tedesco il titolo del romanzo è proprio “Die Henkerstochter” che, guarda un po’, significa letteralmente “la figlia del boia”.

Però diciamoci la verità: con un po’ di buona volontà si potrebbe tranquillamente chiudere gli occhi su questi aspetti e godersi in santa pace la lettura del libro. Se fosse un buon libro certo questo si potrebbe fare, ma la realtà è che mi son trovata per le mani un romanzo estremamente debole anche da un punto di vista di trama e contenuti.
I numerosi indizi presenti sin da subito ci portano immediatamente a comprendere che l’affare stregoneria ce lo dobbiamo sognare: è uno specchietto per le allodole, utile a distrarre i protagonisti (e i lettori) dal vero responsabile dei crimini commessi. Responsabile che peraltro si indovina più o meno già a metà libro, fatto questo che lascia nel lettore un gran senso di noia per dover proseguire  - trascinandosi – per altre duecento pagine nonostante sia lampante chi sia l’assassino.

Noiosa anche la caratterizzazione del protagonista. Inizialmente Kuisl ci appare come un personaggio affascinante, un uomo diviso tra due mondi e due necessità da far coincidere: il suo lavoro di boia e il suo alto senso della giustizia. Apprendiamo che Jakob non uccide mai per piacere, ma solo perché costretto dal retaggio del suo passato (appartiene ad una famiglia di boia che è tale da generazioni) e, soprattutto, ha sempre ben chiaro chi sia il colpevole e chi l’innocente. Più andiamo avanti però più la sua figura diventa stucchevole e l’autore scade nel buonismo più becero: il boia è così anche la persona più colta dell’intero villaggio, si diletta nel preparare unguenti e medicine per tutti ed è pure più preparato del cerusico di turno o del medico. Scusate se è poco. Ad un certo punto della narrazione viene addirittura definito un “filantropo”. Non so perché ma a mio personalissimo avviso questa definizione cozza non poco con quella di boia.

Anche gli altri personaggi lasciano a desiderare. Magdalena (la figlia del boia) ho già detto che risulta insopportabile e fin troppo emancipata per l’epoca in cui è ambientata la storia (ricordate la tirata che ho fatto all’inizio sul romanzo storico? Ecco qui abbiamo un’altra dimostrazione dell’erroneità di questa definizione), mentre l’altro protagonista maschile – il medico del villaggio – per quanto cerchi di essere brillante e intuitivo, alla fine non dà un contributo significativo alla soluzione dell’enigma.
E se state pensando che questi due finiscano con l’intrecciare una storia d’amore, avete vinto la seconda pacca sulle spalle. Sì, lo so: anche questo è contro le convenzioni del 1600, ma in fondo chissene importa (secondo l’autore, ovviamente).

La scrittura in tutto questo marasma non aiuta. Parliamo di una scrittura estremamente semplice (fin troppo) e caratterizzata da tutti quegli errori tipici degli scrittori esordienti (Pötzsch fino a questo momento aveva scritto solo ed esclusivamente sceneggiature) che tendono a infarcire il racconto di descrizioni estenuanti ed inutili. Capite che se leggo per dieci volte consecutive che il boia fuma la pipa e come la fuma, oppure come Simon (il medico) sia preoccupato del proprio abbigliamento ad un certo punto mi vien voglia di lanciare il mio Kobo dalla finestra.

No, non ci siamo per niente.
So che Pötzsch ha scritto altri libri con i medesimi protagonisti. Che dire? Certi autori andrebbero fermati sul nascere.

VOTO: 1*/5

sabato 12 marzo 2016

Book Haul Febbraio 2016

"Il problema non è la caduta": L'uomo che cade di Don DeLillo



Casa Editrice: Einaudi Editore
Numero pagine: 260
Descrizione: “Il mondo devastato dell'Undici settembre, le inquiete solitudini della famiglia di un sopravvissuto al crollo delle torri e la paradossale normalità di un terrorista che si prepara al martirio.
Dentro le torri e dentro gli aerei che le distruggono, Don DeLillo racconta l'America del nuovo secolo, il trauma, la paura e i rituali per esorcizzarla.”
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“Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio” diceva Vincent Cassel vent’anni fa nel film cult “L’odio”. E per quanto possa sembrare un paradosso, non ho potuto fare a meno di accostare questa citazione al libro di DeLillo “L’uomo che cade”.
Perché chiederete voi? Perché in realtà all’interno di queste duecento pagine c’è poco sul disastro delle Torri Gemelle, ma tantissimo sul tentativo che i nostri protagonisti fanno di superare il trauma e il lutto. L’atterraggio appunto.

Ed è un atterraggio non facile. Non lo è per Keith che, pur essendo riuscito a sopravvivere a quel maledetto giorno e ad uscire da una delle due Torri sulle sue gambe, vive “i giorni del dopo” in una sorta di limbo dove le prospettive si sono azzerate, dove la cosa giusta da fare non è così ovvia e dove il mondo conosciuto degli affetti famigliari diventa improvvisamente piccolo e incomprensibile.  
Ci troviamo di fronte ad un uomo di quarant’anni che non sa cosa farsene della vita che è miracolosamente riuscito a tenersi e ci appare evidente, fin da subito, che forse Keith non lo sapeva nemmeno prima. Dopo la tragedia cerca di ricostruire il matrimonio con la ex moglie, cerca di essere un buon padre, ma questo non basta. Non basta mai.
Cerca consolazione tra le braccia di un’altra sopravvissuta, ma anche questo non è sufficiente perché può essere catartico all’inizio, ma ben presto si tramuta nell’ennesima storia senza valore e da cui è bene slegarsi per evitare di continuare a ricordare.
I ricordi. Sono questi i veri fantasmi di Keith: ricordi sulla vita di prima, ricordi degli amici morti in quell’inferno, ricordi… ricordi di una vita precedente che si rivela però altrettanto grigia e nebulosa.
No, decisamente: l’atterraggio di Keith non è andato a buon fine.

E quello di sua moglie Lianne com’è andato? Lei nelle Torri non c’era eppure ne è rimasta segnata e sconvolta almeno quanto l’ex marito che in quella mattina si ripresenta sulla soglia di casa ricoperto di sangue e cenere.
Lianne che segue gruppi di scrittura creativa per persone affette da Alzheimer, nel tentativo – esattamente come il marito – di purificarsi dai ricordi di un padre affetto dalla stessa malattia e morto suicida. Nel tentativo di tenere a bada l’ossessione che diventa, con il passare dei giorni, sempre più pervasiva e annichilente: la paura di essere lei stessa una potenziale vittima della malattia, dell’oblio.
Lianne in definitiva non è una donna forte, ma è sicuramente una donna cervellotica che cerca di tenere insieme i pezzi del suo matrimonio redivivo (come il marito) e di capire il figlio, accompagnandolo come meglio può in questa vita.
E non è un caso che sia proprio lei ad incontrare più volte l’artista performativo conosciuto da tutti come “L’uomo che cade”, ovvero un uomo in giacca e pantaloni che simula – appendendosi a testa in giù – il momento in cui molti (e un uomo in particolare, divenuto famoso per le foto che sono circolate immediatamente dopo il disastro) sono stati costretti a gettarsi dalle torri in fiamme. E questi incontri la sconvolgeranno, la renderanno ancora più vulnerabile perché, come ci viene detto in un passaggio di struggente delicatezza e verità,  quell’uomo “tratteneva lo sguardo del mondo […]. C’era quella sua franchezza terribile […] la figura in caduta che trascina con sé un terrore collettivo, discenda il corpo fra noi.”
E se Keith cerca il conforto necessario per sopravvivere in un’amante e nel gioco d’azzardo, Lianne fa lo stesso nella religione. Un breve, brevissimo attimo in cui chiede conto a Dio di tutti i mali del mondo, della caduta delle Torri, del suo matrimonio, della malattia di Alzheimer. Ma risposte non ce ne sono, se non quella lapidaria e definitiva che le si insinua dentro e le dice che Dio non esiste (“Dio è la voce che dice: «Io non ci sono».”).
Atterraggio fallito anche per Lianne, dunque.

Se poi pensiamo ai personaggi minori che ruotano all’interno di questa vicenda ci rendiamo presto conto che in realtà a loro non è andata poi molto meglio.
È caduto male anche Justin, figlio di Lianne e Keith, che passa il suo tempo a scrutare i cieli con un binocolo alla ricerca di nuovi aerei pilotati da Bin Laden; così come pessima è stata la caduta – in questo caso definitiva - di Nina, madre della protagonista, che chiusa in uno stato di apatia e indolenza si spegnerà lentamente, come un fantasma. O come qualcuno che non ha più nulla per cui vivere.

Ho letto che molti non sono riusciti ad apprezzare appieno questo libro, sia perché sia aspettavano un resoconto più dettagliato sul crollo delle Torri sia perché hanno definito i personaggi come “poco sviluppati psicologicamente”. Io mi discosto completamente da entrambe queste critiche: sulle Torri - a mio avviso – è dedicata la giusta parte (è sufficiente l’ultimo capitolo per far venir la pelle d’oca ed evitare contemporaneamente di scadere nella pornografia del dolore), volendo l’autore dedicarsi a quelli che vengono definiti “giorni del dopo”.
In secondo luogo non è vero che i personaggi sono “piatti” psicologicamente: semplicemente DeLillo non li ama, non empatizza con loro, vuole mostrarci il nulla e il buio delle loro vite, la loro incapacità di reagire al dolore e di “atterrare” sul morbido. Un’incapacità che giunge da molto prima del crollo delle Torri, un’incapacità frutto di una vita priva di scopi e significati. È questo che DeLillo ci vuole dire, è questo che vuole che ci ricordiamo: non vuole di sicuro fare un resoconto dell’11 Settembre. Di quelli ce ne sono già fin troppi.

Quello che mi ha piacevolmente colpito è stata poi la scrittura di DeLillo: maestosa anche quando scarna, ossessiva e – a tratti – claustrofobica. Una di quelle scritture che non si dimenticano tanto facilmente, anzi di quelle che ti tengono sveglia la notte e ti fanno desiderare di vendere un braccio pur di possederle.
Straordinario.

VOTO: 4*/5


domenica 6 marzo 2016

Una moderna antieroina: Jane Eyre di Charlotte Brontë



Casa Editrice: Newton Compton Editore
Numero pagine: 410
Descrizione: “Dopo un'infanzia difficile, di povertà e di privazioni, la giovane Jane trova la via del riscatto: si procura un lavoro come istitutrice presso la casa di un ricco gentiluomo, il signor Rochester. I due iniziano a conoscersi, si parlano, si confrontano e imparano a rispettarsi. Dal rispetto nasce l'amore e la possibilità per Jane di una vita serena. Ma proprio quando un futuro meraviglioso appare vicino, viene alla luce una terribile verità, quasi a dimostrare che Jane non può essere felice, non può avere l'amore, non può sfuggire al suo destino. Rochester sembra celare un tremendo segreto: una presenza minacciosa si aggira infatti nelle soffitte del suo tetro palazzo.”
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“Jane Eyre” o non “Jane Eyre”, questo è il problema.
Credetemi se vi dico che ho passato settimane a chiedermi se davvero volevo leggere questo grande classico oppure rifuggirlo come la peste, date le pessime esperienze con un’altra grande dell’epoca: Jane Austen (in particolare il suo “Emma” mi aveva portato a detestare tutta la letteratura di quel genere, ed in particolare mi aveva spinto ad odiarne le protagoniste). Alla fine però, preso il coraggio a due mani, l’ho acquistato e ho iniziato a leggerlo, non senza – lo ammetto - un certo timore e pregiudizio.

Ora, a lettura terminata, devo però ammettere di aver preso un bel granchio nel giudicare a priori così negativamente questa storia e, soprattutto, ho capito che Jane Eyre non ha davvero nulla a che fare con le belle eroine della Austen.
Anzi probabilmente la nostra Jane può essere definita tranquillamente come “antieroina”, una protagonista femminile cioè che sfugge completamente i canoni tipici dei romanzi di metà 800.
Jane Eyre ci viene infatti descritta fin da subito come sciatta, brutta e decisamente poco interessante se paragonata alle cugine o alla zia che l’ha accolta, senza nessuno spirito di carità peraltro, in casa sua dopo che Jane è rimasta orfana da bambina.
Anche da un punto di vista intellettuale e culturale la nostra protagonista non presenta doti eccelse, ha studiato certo, ma ha avuto l’occasione di leggere solo pochi libri e di stampo religioso; inoltre l’essere stata costretta ad istruirsi all’interno di un Istituto di Carità ha notevolmente limitato la sua esperienza del mondo, rendendola – a diciott’anni – un’anima “vergine”.
In tutto questo però Jane si dimostra una persona sensibile, una buona ascoltatrice e una ragazza dotata di quell’umiltà utile a non farsi sopraffare dalla complessità e dalle difficoltà dell’esistenza.
E saranno proprie queste doti, così lontane dalle caratteristiche che all’epoca si riteneva che una donna dovesse avere, che la porteranno a ricavarsi il proprio posto accanto al signor Rochester, suo datore di lavoro e uomo decisamente cinico e sofferente.

E veniamo proprio a lui, al signor Rochester. Quello che ai miei occhi l’ha reso affascinante è l’essere un personaggio a tutto tondo, non un semplice Mister Darcy della situazione, ma un uomo sì arrogante, prepotente e cinico, ma anche – come ho detto poco fa – profondamente sofferente, in balia dei demoni del passato. Un uomo che cerca una tregua, un attimo di pace e di respiro dal suo più grande segreto: la follia della moglie rinchiusa in una soffitta della sua enorme casa

La follia e i dispiaceri ad essa correlati, dunque, diventano ben presto uno dei temi portanti del romanzo, trasportandoci in una situazione in cui di questa fantomatica moglie sappiamo davvero poco, se non che per l’incolumità di tutti è meglio che stia lontana dal mondo e dalla vita. Un personaggio fosco e ostile questa Berttha, che ci viene dipinta a tinte forti e che, prima che venga svelato il mistero della sua identità, può benissimo passare per uno spirito maligno e vendicativo.

Accanto alla pazzia della donna però c’è un altro tema altrettanto spinoso che viene affrontato quasi di sfuggita, con poche frasi che pesano però come un macigno. Nel momento in cui Jane Eyre scopre dell’esistenza della prima moglie del signor Rochester, si rifiuta di convolare a nozze con lui e di assumere il ruolo di “amante”, pur comprendendo benissimo le ragioni e la sofferenza di lui. Ed è qui che tutta la disperazione del signor Rochester viene a galla, quando – angosciato e annientato – chiede se davvero Jane sarebbe disposta ad arrecargli ulteriori sofferenze pur di non venir meno ad una legge puramente umana.
Quanto può dimostrarsi attuale questo argomento? Quanto profondo l’abisso in cui si può gettare qualcuno semplicemente perché una legge superiore (umana o divina che sia) ci impone di farlo?

Certo, il mistero e la tensione che caratterizzano buona parte del libro svaniscono un po’ con l’ultima parte del romanzo, ma anche il frammento in cui ci viene raccontata la vita di Jane con la famiglia Rivers risulta godibile e, soprattutto, utile a mettere in mostra altre qualità nascosta della protagonista: la tenacia e la voglia di essere indipendente, quest’ultima intesa come volontà/capacità di cavarsela anche senza un marito o, più in generale, l’aiuto di un uomo.

Anche il finale è un po’ scontato, ma devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta e sono stata felice di aver visto il signor Rochester ripagato da tutto il suo dolore.

In definitiva non mi sono pentita di aver affrontato questo libro, tutt’altro. Seppure in alcuni momenti non riuscivo a comprendere appieno le scelte di Jane è stato sufficiente ricollocarla nella giusta prospettiva temporale per apprezzare lei e le sue decisioni. E il signor Rochester ha conquistato appieno tutta la mia simpatia.

Ora voglio leggere assolutamente “Il grande mare dei Sargassi” di Jean Rhys che altro non è che la storia di Bertha e del suo arrivo in Inghilterra.
Bertha la Pazza, un personaggio minore in grado di uscire però dalla sua ombra e stamparsi nella mente del lettore in modo inquietante e assoluto.

VOTO: 4*/5