martedì 19 aprile 2016

Manuale di psichiatria? No, La femmina nuda di Elena Stancanelli



Casa Editrice: Edizioni La nave di Teseo
Numero pagine: 156
Descrizione: “Anna e Davide stanno insieme da cinque anni. Si sono amati e traditi, come tutti. Ma un giorno qualcosa cambia. Davide diventa violento, aggressivo e Anna scopre che si è innamorato di un'altra donna. Trova foto hot e alcuni messaggi in cui lui le scrive che la ama. Davide nega, attacca, non vuole che la loro storia finisca. Anna lo manda via di casa e precipita nell'ossessione. Smette di mangiare, controlla continuamente i social network dell'ex compagno e della rivale e, in un crescendo morboso, comincia a pedinarla, arriva a conoscerla e a frequentarla, fino a quando il gioco diventa troppo difficile da continuare. Il nuovo, atteso romanzo di Elena Stancanelli è la storia di una donna che, nella forma di una confessione spudorata alla propria migliore amica, racconta il lato oscuro di ogni donna. Un romanzo che afferra il lettore dalla prima all'ultima pagina, in un viaggio nella mente di una donna tradita.
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Ci sono libri che inizi a leggere piena di dubbi, perplessità e pregiudizi e che termini con un grosso sorriso stampato in faccia e con le idee completamente cambiate.
Ci sono altri libri che invece i dubbi te li lasciano e, se possibile, ne vanno ad aggiungere di nuovi. E no, non è una bella sensazione per il povero lettore che si trova il suddetto libro tra le mani.
Non è stata una bella sensazione per me quando ho girato l’ultima pagina de “La femmina nuda” di Elena Stancanelli e mi son resa conto di aver sprecato il mio tempo per un romanzetto che aveva alte, altissime pretese, ma che ha avuto la capacità di disattenderle tutte.

La storia è a grandi linee quella che si trova in quarta di copertina, una trama abbastanza lineare quindi, una trama che avrebbe dovuto compensare questa caratteristica con un grande lavoro di approfondimento psicologico della protagonista. E dov’è questo approfondimento? Se qualcuno lo scova me lo dica per favore, così smetto di arrovellarmi il cervello.
Anna infatti ci viene presentata come una donna incapace di reagire al lutto, alla fine della sua relazione (se così la vogliamo chiamare dato che lei stessa descrive il suo rapporto con Davide come la possibilità di fare cose sceme – sic! – con qualcuno) e, fondamentalmente, al fatto che il suo ex compagno abbia delle relazioni sessuali con altre donne.
Già tutte queste difficoltà ci appaiono di difficile comprensione dato che la stessa Anna ha tradito più e più volte il fidanzato, con la sola differenza che – a detta sua – la sua infedeltà è meno grave in quanto tenuta segreta agli occhi del partner. Logico.

Ma andiamo oltre. Abbiamo detto che Anna non riesce a voltare pagina e in questo suo confuso stato mentale incappa in una serie di nevrosi, ossessioni e paranoie che avrebbero lasciato Freud perplesso. La nostra protagonista si trasforma in una vera e propria stalker, arrivando addirittura a conoscere e frequentare la nuova fiamma di Davide. Qui avrebbe dovuto iniziare la parte interessante (ricordate l’approfondimento psicologico di cui ho parlato sopra?), ma la realtà è che il tutto è stato affrontato con estrema superficialità, trasformando Anna in un cliché vivente privo di spessore e con il quale è impossibile empatizzare. Forse però dovrei dire “insieme di cliché” dato che Elena Stancanelli sembra attingere a piene mani da un qualsiasi manuale di disturbi psichiatrici e, non sapendo bene cosa farsene e come gestire tutto questo materiale, lo minimizza, lo rende volgare e lo infila tutto nella sua protagonista. Anna infatti inizia ad avere disturbi alimentari (non troppo approfonditi, anzi la nostra protagonista si sente bene in una taglia che a malapena raggiunge la 40 – doppio sic!), disturbi del sonno, disturbi della sessualità (passando da un’ipersessualità al gelo più totale nel giro di poche pagine), disturbi con alcol e droga nonché tutto quello che abbiamo detto prima, ovvero nevrosi, paranoie e ossessioni. Come a dire: chi più ne ha e più ne metta.

E veniamo alla conclusione: priva.di.qualsiasi.senso. Lasciatemi dire, senza fare troppi spoiler, che è praticamente impossibile che una persona che versi nello stato sopra descritto per più di un anno, ritorni alla normalità nel giro di qualche giorno. Semplicemente non è realistica questa cosa, non sta né in cielo né in terra.

Delusione quindi, e anche bella grossa. Si becca due stelline solo perché le premesse e l’idea potevano anche essere carine e perché l’ho letto in un paio d’ore. Credo però di aver già iniziato a rimuoverlo dalla mia mente. Anzi togliete pure il “credo”.

VOTO: 2*/5

domenica 17 aprile 2016

Di epochè e disabilità: Le streghe di Lenzavacche di Simona Lo Iacono



Casa Editrice: Edizioni E/O
Numero pagine: 160
Descrizione: “È il 1938. Ululano le sirene che inneggiano al fascio. A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono Felice, un bimbo sfortunato ma vivacissimo, la madre Rosalba e la nonna Tilde. Una famiglia stranissima, di sole donne, frutto di una misteriosa discendenza da streghe perseguitate nel 1600. Felice – che è il frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo –, grazie all’estro e all’originalità dei familiari, riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l’emarginazione, in un periodo come quello fascista in cui è sommamente esaltato il valore della perfezione fisica.
Un bel giorno arriva a Lenzavacche un nuovo maestro elementare. Giovane e innamorato della cultura, fantasioso ma dominato da un dolore lontano, questo maestro, in aperto contrasto con il regime dell’epoca, non accetta i luoghi comuni sull’insegnamento e aiuta anche lui il piccolo Felice.
In una Sicilia viziosa, ma pronta a giudicare, carnale e insofferente alla diversità, religiosa e pagana, Felice, sua madre e il maestro Mancuso, amanti della fantasia e dei libri, finiscono per diventare i simboli di una controtendenza dirompente, quella che decide di andare al di là delle apparenze e di scommettere sul valore della pietà umana. La loro parabola finisce allora per somigliare proprio a quella delle streghe, un gruppo di donne vissute a Lenzavacche nel 1600 che decise di vivere in castità e in obbedienza e di riunirsi per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana.”
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Primo libro che leggo per lo Stregathon (per chi non lo sapesse evento ideato da Non riesco a saziarmi di libri), primo centro. Certo, non un centro perfetto ma comunque una lettura che ci va molto, molto vicino.

“Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono è un libro delicato, a tratti onirico e filosofeggiante, che ci racconta dell’amore di una madre per il figlio con disabilità. Un amore che si sviluppa non ai giorni nostri, ma piuttosto in un’epoca dove la perfezione fisica non solo è richiesta, ma diventa regola e mito da raggiungere: il fascismo.

Di storie sulla disabilità se ne leggono sempre di più, ma poche hanno il pregio di cogliere così apertamente il senso di queste situazioni e – soprattutto – la capacità di indossare quegli “occhiali speciali” che permettono di immedesimarsi, di empatizzare, di praticare quell’epochè (ovvero la sospensione del giudizio) tanto decantata da Husserl.

Forse la mia valutazione non è imparziale, forse vivo troppo sulla mia pelle la situazione di queste famiglie (è il mio lavoro), ma di fatto con lo scorrere delle pagine mi son trovata più e più volte a pensare che Simona Lo Iacono abbia fatto un ottimo lavoro, trattando l’argomento senza quel pietismo e quel buonismo che avrebbero rovinato tutta la narrazione. E l’ha fatto anche con tanta originalità, aggiungerei, dato che le streghe in un modo o nell’altro riescono ad inserirsi perfettamente nel racconto, in una narrazione quasi corale. Dico quasi perché di fatto, oltre ai due principali protagonisti, le streghe ci raccontano poco di sé, ma sono comunque presentissime in ogni passaggio, in ogni decisione presa, in ogni azione compiuta da Tilde - nonna orgogliosa e ingegnosa - nei confronti del nipote, in ogni apparente coincidenza.

Come ho già detto di amore ce n’è tanto in questo libro, ma non parliamo di un amore afinalistico, richiuso su sé stesso e improntato alla mera protezione del più debole, ma si tratta di un amore maturo in grado di “fare rete” (per dirla come si farebbe in una qualsiasi scuola) e di apportare sostegni e aiuti concreti perché tutti gli adulti di questo libro hanno la certezza che sia diritto di ciascuno esserci. Esserci nel mondo, esserci nella vita, farsi largo con le unghie e con i denti se necessario.
E il primo atto d’amore che questa madre compie è quello di dare un nome propiziatorio a questo suo figlio così sfortunato e incompleto: Felice. E già da questa decisione capiamo che il mondo sarà suo tanto quanto è nostro e che le avversità potranno essere superate.
Come sempre di amore si parla quando leggiamo dei due genitori di Felice e della loro situazione di sposi “dell’anima e del seme” senza che vi sia alcun rito ecclesiastico a confermare ciò che la Natura già conosce molto bene e da molto tempo.

Si potrebbe obiettare che forse una visione del genere sia troppo poco realistica ed eccessivamente ottimistica, ma lasciatevelo dire da chi con questi bambini ci sta da quasi quindici anni: crederci, crederci davvero intendo, è il primo passo per reggere l’urto, la gravità e la disperazione di situazioni che appaiono tragiche. Le sconfitte possono arrivare (come per tutti), ma la determinazione le illuminerà per quello che sono, ovvero per dei passaggi obbligati della vita (o per dirla come nonna Tilde “un incrocio tra necessità e provvidenza”).

Se usciamo poi dall’aspetto legato alla disabilità (che comunque per me rimane quello preponderante) direi che Simona Lo Iacono ha fatto anche un buon lavoro per quanto riguarda la ricostruzione storica, sia per quella dedicata ala Sicilia in epoca fascista sia quella pensata durante la persecuzione delle streghe. I riferimenti sono puntuali e non campati per aria, le immagini che l’autrice dipinge per noi vivide ed estremamente reali, ma mai e poi mai crude o fatalmente grottesche e spaventose.

Ed è soprattutto in questa sua scrittura che risalta fuori il primo aggettivo che ho utilizzato per questo libro: delicato. E potrei aggiungere poetico, metaforico, sottile e sì, filosofico.
Una scrittura che mi ha ricordato moltissimo quella di Michela Murgia in “Accabadora” e che ha il grosso pregio di non stancare e di indurre il lettore ad abbandonare il libro.

A conti fatti quindi un’ottima partenza. E speriamo che il viaggio prosegua così.

VOTO: 4*/5