domenica 29 maggio 2016

Morte e oblio della dimenticanza: Il grande animale di Gabriele Di Fronzo



Casa Editrice: Edizioni Nottetempo
Numero pagine: 128            
Descrizione: “Francesco Colloneve, imbalsamatore per mestiere, ha imparato che non c’è modo di scampare alla perdita e dunque tanto vale esercitarsi in tutti quei gesti che aiutino a sopravvivere agli abbandoni. Quando il padre si ammala, la sua memoria tarlata è l’occasione per ricordare insieme mancanze e colpe di cui Francesco porta ancora i segni. Ma è alla morte del genitore, da cui si è dovuto trasferire, che Colloneve – esperto di abbandoni per indole nonché per professione – dovrà usare tutte le sue strategie per trasformare il dolore del lutto in un incantesimo di eternità. Perché se, come ha scritto Elizabeth Bishop, “l’arte di perdere non è difficile da imparare”, piú complicata è l’arte di sopravvivere alle cose perse. In questo suo romanzo di esordio, con una lingua esatta e tagliente – che evoca gli strumenti del suo protagonista – Di Fronzo ci racconta come far sí che ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimanga nostro per sempre.
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Parlare di morte e lutto non è mai una cosa facile. Farlo attraverso delle metafore convincenti lo è ancora meno. Perché si corre sempre il rischio di cadere nella banalità, perché basta un nonnulla per incappare nel più abusato dei cliché, perché per far soffrire il lettore bisogna essere degli abili narratori.
Gabriele Di Fronzo, giovane scrittore esordiente torinese, si destreggia molto bene tra tutte queste difficoltà, riuscendo a legare magnificamente le incombenze della malattia e della morte con l’originalità della prosa e dell’idea di base.

Ne “Il grande animale” infatti ci viene raccontata la storia di Francesco Colloneve, personaggio al tempo stesso straordinario e spaventoso, di professione tassidermista che – nel giro di qualche settimana – si troverà ad affrontare prima la malattia del padre e poi la sua morte.
Fin qui niente di nuovo sotto il sole, ma il segreto di questo libro sta proprio in quel “tassidermista”. La tassidermia per chi non lo sapesse è – detta brevissimamente – l’arte di imbalsamare animali, l’arte di restituirgli una parvenza di vita svuotandoli da tutto ciò che però è legato alla vita stessa, l’arte che permette di “non lasciare andare” qualcosa di caro o amato.
E Colloneve non è un tassidermista qualsiasi, ma è un professionista rigido e scrupoloso che ricerca costantemente la perfezione nei suoi preparati. E, secondo me, lo snodo focale del racconto sta proprio in questa perfezione che non può essere intesa che come pulsione di morte, nella più classica delle tradizioni psicanalitiche.
Nel giro di poche pagine la professione diventa ossessione, diventa necessità di svuotare sé stessi e il rapporto con un padre violento oramai malato, diventa l’unico modo per recidere un legame faticoso e doloroso una volta che il fulcro dello stesso viene a mancare.
L’urgenza di pulire, di svuotare, di rimuovere tutto ciò che c’è ancora di vivo diventa quindi la metafora calzante del bisogno, quasi infantile e disperato, di “uccidere” il proprio passato per preservarlo nella memoria. Sembra un controsenso, ma se ci pensate bene non lo è: solo eliminando tutto ciò che di negativo e malato c’è stato in un rapporto lo si può restituire alla vita (significativo l’incipit: “Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre”).

Colloneve per tutto il tempo quindi cerca di cavarsela tra i ricordi delle violenze subite (in alcuni casi anche mentendo al padre nel sottile tentativo di punirlo) e il suo lavoro che lo mette costantemente di fronte alla morte, in questo caso però asettica e priva di emozione come invece non può essere la vita. Cerca di trovare un precario equilibrio tra il padre del passato e il padre attuale, lo stesso padre che gli chiede di poter dormire insieme o di scambiarsi i vestiti, forse in un inconsapevole tentativo di riparare ai torti fatti.

Inizialmente ho definito il protagonista come “straordinario e spaventoso” e l’ho fatto a ragion veduta. Con il passare delle pagine infatti Francesco inizia ad assumere sempre più i tratti di una psicosi latente, con un progressivo e marcato distaccamento dalla realtà e un’incapacità totale di resistere ai propri impulsi (nello specifico a quello di “svuotare” completamente e letteralmente la casa paterna) anche a fronte di eventuali danni o problemi personali.
Colloneve dunque è un personaggio che fa paura e crea un senso di vuoto e scompiglio nel lettore perché forse – e dico forse – ognuno di noi ha un suo “grande animale” da svuotare, un rapporto da ripulire, un legame che può trovare requie solo nella morte e nell’oblio della dimenticanza.

Sulla scrittura nulla da dire: Gabriele di Fronzo utilizza la nostra lingua in modo affettato e tagliente, con continui salti temporali che hanno lo scopo di spiazzare ancora di più il lettore e che – al contempo – hanno il pregio di tenerlo attaccato alle pagine.

È giovane, Gabriele Di Fronzo, ma l’impressione che si ha con questo libro – vuoi per il tema o vuoi per la scrittura – è che in questi anni non abbia fatto altro che scrivere.
Scrivere ed entrare nell’animo umano. 

VOTO: 4*/5

sabato 7 maggio 2016

Esordi kafkiani: Dalle rovine di Luciano Funetta




Casa Editrice: Edizioni Tunué
Numero pagine: 128            
Descrizione: “Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l'insolita e seducente scena della pornografia d'arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.
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No, non è che io voglia vedere Kafka in ogni opera letteraria che mi capita sotto mano; però cercate di capirmi: nel romanzo di Funetta c’è tanto del mio amato Franz.
C’è nelle ambientazioni labirintiche e claustrofobiche. C’è in alcuni passaggi particolarmente onirici e deliranti. C’è in alcuni personaggi che non possono slegarsi da un destino crudele che sembra averli presi di mira.

“Dalle rovine” è un romanzo d’esordio (sì, avete capito bene: d’esordio) straordinario che ha la capacità di gettare il lettore non nel mondo dell’industria pornografia, come sembrerebbe all’inizio, ma in un vero e proprio incubo da cui non si riesce a riemergere nemmeno quando si è voltata l’ultima pagina. 

La trama in quarta di copertina ci dice tutto quello che dobbiamo sapere, la trama è effettivamente incentrata sull’iniziazione di questo ambiguo personaggio – di cui peraltro sappiamo pochissimo – alla pornografia e, ovviamente, sugli incontri che lo porteranno sempre più lontano da una qulasiasi parvenza di moralità. Se questo vi sembra poco, sappiate che la linearità di questa trama è ampiamente compensata da una caratterizzazione psicologica dei personaggi estremamente accurata, e questo diventa ancor più notevole se si pensa che – come ho detto poco fa – Funetta ci racconta ben poco dei loro vissuti passati. Questo autore si concentra invece sul presente e lo fa con maestria, scivolando abilmente tra le ombre, le perversioni e le convinzioni dei personaggi a cui ha dato vita.

E vogliamo parlare delle voci antropomorfe che accompagnano il nostro caro Rivera? Sono presenti, vivono con lui ogni singolo istante, cercano di consigliarlo, ma in una sola occasione il protagonista è in grado di sentirli.
Chi sono? Fantasmi del passato? Allucinazioni? Spiriti consiglieri? Ad ognuno la sua personale interpretazione, ma una cosa è certa: queste presenze pesano non poco ai fini della narrazione, soprattutto perché sembrano le uniche in grado di capire davvero Rivera. (“Che cosa porto mai sulle spalle? Quali spettri mi pendono intorno?”- Quaderni in ottavo, Franz Kafka).

Gli altri personaggi non sono meno complessi: sono uomini e donne imbruttiti dalla vita, ma che continuano a perseguire il sogno di una “pornografia intellettuale”, una pornografia d’arte priva di qualsiasi volgarità e sempre, sempre innovativa. La realtà come poi si scoprirà è ben diversa e l’ideale sfumerà sempre più fino a dimostrarsi per quello che è effettivamente: una mera fantasia incapace di reggere il confronto con la verità.

Quello che però ho amato di più in questo libro sono le ambientazioni, o dovrei dire LA ambientazione per eccellenza. Una villa in cui i personaggi si muovono e vivono da reclusi, quasi impossibilitati ad uscirne, come se la casa stesse impedisse loro di abbandonarla. Ed è in queste parti che Kafka salta fuori prepotentemente: lo stile cupo, alienato e – a costo di ripetermi – claustrofobico è quello dei migliori racconti dell’autore praghese (“Ho provveduto ad allestire la tana, e pare ben riuscita. Dall'esterno, a dire il vero, non si vede altro che un gran buco, che di fatto non porta da nessuna parte, dato che già dopo qualche passo si cozza contro la roccia naturale, dura e compatta.” – La Tana, F. Kafka), così come il muoversi di Rivera e soci somiglia al brulicare dei topi che il protagonista alleva per sfamare i suoi serpenti: insensato, febbrile, angosciato.

Anche il finale si rivela molto kafkiano: il non detto è predominante, ma ciononostante è lampante come se fosse giorno. E su questo difatti non sono d’accordo con chi dice che le ultime pagine sono inconcludenti e che lasciano l’amaro in bocca: non c’è niente di esplicito, ma questo non toglie nulla al romanzo anzi, oserei dire che questo senso di sospensione ne aumenta il fascino. E poi ripeto: in realtà è molto chiaro come questa storia complessa e fatale vada a finire.

Un’ottima lettura quindi, quasi a parimerito con “Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono (trovate qui la recensione). E non è un'ottima lettura perché ho trovato tanto di Kafka tra le sue pagine, ma semplicemente perché Funetta sa scrivere. E sa scrivere bene.

VOTO: 4*/5

domenica 1 maggio 2016

Quando tutto è già stato detto: L'uomo del futuro di Eraldo Affinati



Casa Editrice: Mondadori
Numero pagine: 177
Descrizione: “A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea.
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Se sei un insegnante, e soprattutto se sei un insegnante di sostegno, non puoi non conoscere don Lorenzo Milani.
Se conosci bene don Lorenzo Milani non puoi non avere altissime aspettative su questo libro – candidato al Premio Strega 2016 – che promette di far rivivere questo grande personaggio attraverso tutti i luoghi che hanno caratterizzato la sua vita, dall’infanzia fino alla morte prematura avvenuta a soli 44 anni.
Se sei una lettrice puntigliosa e rompiscatole come la sottoscritta non puoi che rimanere perplessa (e in alcuni momenti anche indifferente) a questa lettura perché di don Lorenzo Milani c’è poco, mentre c’è tanto dell’interpretazione che Eraldo Affinati ne fa.

È vero, non si tratta di una biografia, ma è altrettanto vero che se ci si propone di ripercorrere la vita di una persona che, a ragion di logica, non puoi aver conosciuto personalmente, non ci si può permettere il lusso di infarcire il testo con infiniti “io credo che…”, “secondo me don Lorenzo pensava così…”, “probabilmente don Lorenzo fece così perché…”.
Capite bene anche voi che ad un certo punto a me interessa gran poco sapere cosa, sempre secondo Affinati, passasse per la mente di don Milani e non perché questo non sia degno di nota, ma perché non si può sapere se sia vero o meno.
Su questo Laurent Binet in “HHhH” aveva ragione da vendere: bisognerebbe operare sempre una metanarrazione quando si portano sulla pagina fatti o persone realmente esistiti, onde evitare di immedesimarsi o attribuire pensieri e valutazioni errate.
Parole sante.

E poi parliamoci chiaro: cosa c’è di nuovo in questo libro di Affinati? Che cosa è riuscito a raccontarmi che già non sapevo circa il prete di Barbiana? La risposta è, ahimè, niente. Assolutamente niente, soprattutto se si pensa che su 150 pagine almeno un terzo sono la trascrizione di alcune delle lettere più famose che don Lorenzo Milani per anni e anni ha scritto al mondo intero (e sì se volete conoscere questa figura buttatevi su queste lettere più che sul suo famosissimo “Lettera a una professoressa”). Intendiamoci è sempre un piacere rileggere alcuni dei passaggi più salienti di questi testi, ma non è certo materiale nuovo o inedito.
Forse si tratta di un libro che potrebbe andare bene a chi si approccia per la prima volta alla storia e al lavoro di don Milani, ma anche qui dico “forse” perché della parte più importante della sua vita (quella cioè trascorsa a Barbiana) c’è poco, quasi Affinati non volesse approfondirla più di tanto perché già conosciuta ai più. E allora qui c’è una contraddizione in termini.

Le uniche parti un pochino più interessanti sono quelle in cui l’autore ricerca, girovagando per il mondo, tutte quelle figure di insegnanti ed educatori che in un modo o nell’altro hanno assunto – pur non conoscendolo – la filosofia e il pensiero di don Milani. Un pochino più interessanti dico, non certamente indispensabili alla mia maturazione di lettrice ed insegnante.

In sostanza: c’è di meglio su don Lorenzo Milani, di molto meglio. Ci sono splendide biografie che hanno il rigore narrativo che le dovrebbe caratterizzare, ci sono le raccolte delle sue lettere, ci sono gli atti del processo che lo vide coinvolto negli anni ‘60, decine e decine di scritti sul suo metodo pedagogico.
E poi c’è Barbiana. Barbiana dove ha edificato la sua scuola e dove ha accolto gli ultimi, tutti coloro che venivano rifiutati da un sistema scolastico eccessivamente rigido e classista.
Avevamo quindi davvero bisogno di questo libro di Eraldo Affinati? La risposta la lascio a voi.

VOTO: 2*/5