sabato 25 giugno 2016

Senso e identità: I gatti non hanno nome di Rita Indiana



Casa Editrice: NN Editore
Numero pagine: 169            
Descrizione: “La giovane protagonista di questo libro non ha nome. Passa l'estate lavorando come segretaria nella clinica veterinaria degli zii mentre i genitori sono in Europa. Intanto annota su un quaderno i possibili nomi per un gatto, ispirandosi alle persone e alle cose che colpiscono la sua immaginazione. Come Zio Fin, che sguscia di stanza in stanza per evitare le sfuriate della moglie, Zia Celia, la cui rabbia si proietta in forma di scritte al neon. Come Armenia, la cameriera che da bambina curava la tubercolosi con un cucchiaio; e ancora come Radamés, il ragazzo di Haiti la cui voce sembra uno sciroppo per la tosse. In un libro impossibile da riassumere se non leggendolo, Rita Indiana illumina quel breve, magico momento della vita in cui ci si mette in cerca della propria identità. Quando, per mantenere uno sguardo incantato sul mondo, si deve scendere a patti con la realtà senza abbandonare del tutto l'ingenuità dell'infanzia.”
***
"“- Per favore, come ti chiami? Senti, io sono Coraline, okay?
- I gatti non hanno nome.
- No?
- No. Vedi, VOI umani avete dei nomi perché non sapete chi siete. NOI sappiamo chi siamo, per questo non abbiamo un nome.”
 
Così scrive Neil Gaiman nel suo famoso “Coraline” ed è con questi versi in testa che io ho concluso la lettura del libro di Rita Indiana, edito NN Editore.
 
L’unico gatto presente nella narrazione infatti non ha un nome e tutti i tentativi fatti dalla protagonista (anch’essa senza nome) di trovargli un appellativo adeguato sono destinati a cadere nel vuoto, forse perché il gatto in questione ha già trovato la sua identità e non ha bisogno di qualcuno che gliela ricordi.
Perché vedete tutto il libro ruota attorno ad una spasmodica ricerca di senso e d’identità perpetrata da ogni singolo personaggio. Non ci sono grandi avventure e strepitosi colpi di scena, solo lo scorrere lento e pastoso di alcune vite che si intrecciano, s’influenzano e convergono nella necessità forte ed inconsapevole di ritrovare sé stesse al di là di tutto.
 
Cerca la propria identità la nostra misteriosa protagonista, ragazza quattordicenne impegnata in un lavoro estivo nella clinica veterinaria degli zii e che, per la prima volta, inizia a riconoscere e sperimentare la propria omosessualità. Con il lento incedere dei giorni l’amicizia di lunga data con Vita si trasforma in altro, un altro a cui la protagonista non riesce a dare un nome proprio come non riuscirà a darlo al gatto in questione.
 
Anche gli zii sopracitati cercano il loro posto nel mondo: tra relazioni extraconiugali, genitori anziani o inesistenti, improrogabili impegni lavorativi tentano di capire chi sono o come sopravvivere alla giungla della vita quotidiana. C’è chi lo farà votandosi anima e corpo al buddismo e chi invece cercando di far ordine e pulizia (letteralmente) tra le cose materiali.
 
I personaggi minori (l’amica Vita, l’haitiano Radames, Marlene la pazza) non sono immuni a questa necessità e a questa voglia di capirci qualcosa di più su sé stessi. C’è chi ce la farà e chi no, ma il denominatore comune sarà lo stesso per tutti: ad un certo punto della vita una sorta di enorme buco nero ha inghiottito il loro Io e i tentativi per ripescarlo saranno svariati e molteplici.
 
Come ho già detto è un libro molto psicologico ed introspettivo che annovera tra i suoi punti di forza una scrittura decisamente particolare, infarcita di continui salti temporali e caratterizzata da un briciolo di realismo magico che rende tutto più onirico, nostalgico e – seppur possa sembrare una contraddizione – più vero.
Anche le ambientazioni che Rita Indiana ci racconta sono degne di un quadro vivo e pulsante, al punto tale che il lettore è portato a sentire la calura estiva, il sole sulla pelle e gli odori della clinica veterinaria.
 
Tre stelline dunque per un’autrice che merita di essere approfondita.
 
VOTO: 3*/5

sabato 4 giugno 2016

Intervista a Simona Lo Iacono e alle sue streghe di Lenzavacche


Una breve chiacchierata con Simona Lo Iacono, autrice de "Le streghe di Lenzavacche" (romanzo candidato al Premio Strega di quest'anno, qui la recnsione completa), sui temi della disabilità, del pregiudizio e della fatica di essere sé stessi.
Per chi ancora avesse dei dubbi sul fatto che questo libro debba arrivare alla cinquina finale. 


Scrivere oggi di disabilità e imperfezione non è sicuramente un’impresa facile. Si corre il rischio di cadere sempre in facili pietismi e buonismo “tout-court”. Ne “Le streghe di Lenzavacche” sei invece riuscita a riportare su carta il vero significato dell’inclusione, sia essa scolastica che sociale. Come sei riuscita a coniugare un buon romanzo con questa realtà così complessa e faticosa?

Intanto grazie infinite per l'apprezzamento! È vero, non è facile parlare di disabilità, ma faccio mio un pensiero di Giuseppe Pontiggia, l'autore di "Nati due volte", che diceva che - in realtà - siamo tutti disabili. Tutti infatti abbiamo qualche aspetto del corpo o dell'anima che ci rende inadatti a qualcosa, e soprattutto tutti siamo troppo lenti per la velocità dei tempi che ci sovrastano. E allora, parlare di disabilità significa anche parlare di noi, delle nostre crepe, dei nostri equilibri fragili e a volte malati, significa, in sostanza, comprendere che l'apertura verso il meno abile, è l'apertura verso chiunque, verso ciascuno di noi.

Danilo Dolci in una sua poesia scriveva che “nessuno cresce, se non viene sognato”. Quanto può valere questo per Felice?

Felice è il frutto dei sogni delle persone che lo amano, e in particolare della mamma, che sin dall'inizio lo sogna, appunto, come un bambino felice e decide di chiamarlo così in segno di buon augurio. Tutti noi siamo il frutto anche dei sogni delle persone che ci stanno accanto e che ci crescono, così come molti di noi sono, purtroppo, il frutto della mancanza di sogni. L'importanza del sogno è fondamentale nella crescita perché infonde fiducia e speranza, ribalta i luoghi comuni, conferisce coraggio e determinazione per rialzarsi dalle cadute e per elaborare in modo costruttivo gli errori. Inoltre il sogno ti mette in contatto con quella parte segreta, sepolta e misteriosa che è parte della nostra umanità, e che ci fa creature non di sola carne, ma di anima e spirito.

All’inizio del romanzo scrivi “a volte […] penso che la normalità sia solo una questione di postazioni” e credo che mai come negli ultimi tempi questa affermazione possa definirsi attuale. Ritieni che sia davvero possibile combinare aspetti forti della tradizione e del pregiudizio con una visione più aperta e tollerante?

Ma certo! La memoria e l'apertura, in realtà, sono due grandissime alleate! Perché affondano le proprie motivazioni in ciò che ci precede e in ciò che verrà dopo di noi, passato e futuro, radici e ali per volare. Serve slancio per l'immaginazione, ma serve anche una buona base per affondare la nostra esperienza umana nel solco di chi l'ha già percorsa. Un equilibrio tra valori tradizionali e apertura all'altro, attenzione e cura verso l'esterno, è la base per vivere in pienezza il nostro essere uomini del nuovo secolo.

Le streghe della storia diventano molto presto, da appartenenti al mito e alla storia locale, a simbolo di chi perseguitato perché “diverso”, una sorta di fil rouge che unisce passato e presente. Quanto è stato difficile trovare un collegamento di questo tipo, apparentemente azzardato? In fondo streghe e disabilità potrebbero essere considerati due aspetti completamente inconciliabili.

In realtà sia le streghe che la disabilità sono dei "diversi". Si tratta di categorie emarginate, ultime, dimenticate. In questo loro stare ai limiti del mondo degli altri, si gioca la loro profonda somiglianza. È, d'altra parte, una costante della mia narrativa l'interesse verso le categorie periferiche, non allineate, fragilissime. Mi interessano coloro che non hanno voce, e a cui la letteratura si incarica di dare una seconda opportunità di vita, di destino, di finale. Come se la parola potesse ristabilire, in qualche modo, un ordine violato dall'ingiustizia e come se si incaricasse di essere una portatrice di commozione e pietà umana.

Ancora sulle streghe di Lenzavacche. La vicenda drammatica di queste donne ricorda, purtroppo, alcune tristi notizie che oggi vedono coinvolte ragazze, donne e bambine. Quanto è voluto questo riferimento?

Non è voluto, ma coglie una realtà immanente all'essere donna, e quindi soggetto che faticosamente si affranca da tante difficoltà vecchie e nuove. Anche la femminilità, infatti, si presta a essere letta, soprattutto in alcuni contesti storici, come diversità. Ma dell'essere donna, nel romanzo, mi interessava soprattutto l'aspetto materno, di accudimento e dono disinteressato. Tutte le streghe, infatti, sono madri.

All’interno del libro si muovono tanti personaggi, tutti caratterizzati molto bene e tutti con le loro peculiarità. Nonostante i principali punti di vista nel libro siano soltanto due, quanto può essere definito corale questo romanzo?

È certamente un romanzo che non focalizza l'attenzione su un solo personaggio, ma tenta di ricreare le condizioni tipiche della nostra vita, che è fatta di tanti nodi, tanti intrecci, tante assonanze tra passato e futuro. Da siracusana, amante delle tragedie greche, so quanto il "coro" (e quindi "le streghe") sia portatore, nella narrazione, di verità nascoste, di riflessioni, di dolori che riemergono grazie alla forza del gruppo. I greci avevano intuito che fare di un solo personaggio un insieme di voci significa rafforzare il loro messaggio, renderlo evocativo e potente.

E veniamo ai molti riferimenti all’amore per i libri e la letteratura che costellano l’intero libro. C’è un aspetto autobiografico in questa scelta? Come ti hanno cambiato i libri, questi “fantasmi taciturni e audaci”?

E sì! L'amore di Rosalba per i libri è certamente mio. Gliel'ho prestato per darle una casa in cui abitare, fatta di stanze che non possono sbriciolarsi, di finestre sulla realtà, di corridoi che la porteranno sempre al centro di se stessa, in ascolto del proprio cuore.

C’è una sorta di realismo magico, di riferimento costante alla magia, al folklore e ad un’atmosfera – in molti punti - quasi onirica. Mi permetto di chiederti se c’è qualche scrittore che ha influenzato questo tuo modo di scrivere, questo tuo approccio così particolare alla storia narrata.

Sono moltissimi gli scrittori che inevitabilmente mi influenzano e mi formano. Ciascun autore amato mi ha toccato, è entrato in me e ha inciso la mia vocazione letteraria. Ma, in realtà, nelle streghe la voce narrante è volutamente misteriosa e magica perché deve adattarsi alla storia ed è al servizio del tipo di intreccio che racconta. In altri romanzi ho utilizzato approcci diversi, perché ogni intreccio ha la sua voce, il suo timbro e la sua personalità. Ogni storia esige anche un modo per essere raccontata, una lingua e un approccio unico, che deve vestirla e darle la sua tipica impronta.