sabato 17 settembre 2016

Vite castrate: La Triomphante di Teresa Cremisi



Casa Editrice: Adelphi
Numero pagine: 185            
Descrizione: Questo libro è la storia di una bambina nata ad Alessandria d'Egitto, dove ha vissuto un'infanzia felice esplorando con sagace curiosità un universo in cui il «vento della Storia» coesisteva con «l'odore di putrefazione, la lebbra che corrode i muri, i fiori selvatici che spuntano alla rinfusa, le risate libere e impertinenti, l'allegro fatalismo»; una bambina che, a differenza delle sue coetanee, amava le battaglie navali e «conosceva a menadito la differenza tra i cannoni da 36 libbre e quelli da 32» – e il cui eroe era Lawrence d'Arabia. Ma è anche la storia di un'avventuriera: quella in cui ha saputo trasformarsi la protagonista dopo essere stata costretta ad abbandonare la luce della sua terra e il profumo del suo mare, lasciandosi alle spalle un Oriente fantasmatico e partendo alla ricerca di un Occidente che lo era almeno altrettanto. Ed è soprattutto la storia di una donna che, soffocando la tentazione vana della nostalgia, ha affrontato a testa alta, come una sfida del destino, le umiliazioni dell'esilio e gli inevitabili rischi che comporta l'essere, sempre e ovunque, la straniera; e che è riuscita, con le sole armi della tenacia e dell'ironia, a diventare, in qualche modo, ciò che sognava di essere: un ammiraglio – e a portare a termine, al pari di Ulisse, il proprio viaggio. Senza tuttavia mai perdere – come ha detto l'autrice stessa in un'intervista – «quella malinconia, tipica dell'esule, che la induce a chiedersi in ogni momento se è davvero al posto giusto».
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Lo desideravo follemente questo libro, anzi forse è il caso di dire che l’ho bramato fin dal primo istante in cui – al Salone Internazionale del Libro di Torino di quest’anno – ci ho posato sopra gli occhi.
Perché? Per la trama, anzitutto. L’idea di poter leggere di una bambina che improvvisamente si trova catapultata in un mondo che non le appartiene, culturalmente lontano e apparentemente inavvicinabile, mi è sembrata da subito molto vicino alle mie corde.
In secondo luogo quel titolo, quel “La Triomphante”, mi ha da subito suggerito indipendenza, capacità di reggere agli urti peggiori della vita e voglia di rivalsa.
E in realtà non mi sbagliavo, anche se – devo ammettere – il mio è stato un rapporto molto travagliato con questo libro.

Il libro è suddiviso in cinque parti maggiori (mattina presto, tarda mattinata, pomeriggio, nove di sera, mezzanotte e mezza) – ognuna corrispondente alle principali età della vita – e le mie più grandi difficoltà si sono presentate subito, durante la lettura delle primissime pagine.
Non riuscivo ad immedesimarmi nelle vicende e nei ricordi di questa bambina, non mi toccavano, scivolandomi addosso senza lasciare traccia.
Ho perseverato, anche su consiglio di lettori fidati, e tutte le mie aspettative su questo libro si sono improvvisamente materializzate e mi hanno completamente ripagato della fatica iniziale.
Se, come ho detto, l’impressione iniziale era stata quella di un libro noioso, poco affine al mio pensiero e ai miei gusti; dalla seconda parte in poi ho avuto l’impressione di leggere un libro che fosse in buona parte ricalcato sulla mia vita, un libro in cui ho potuto ritrovarmi come non succedeva da molto tempo.

Le vicende narrate (molte autobiografiche dell’autrice stessa) ci raccontano la storia di una donna che fin dalla più tenera infanzia ha dovuto fare i conti con l’impossibilità di avere una patria, delle radici e un posto da chiamare “casa”. Ad Alessandria d’Egitto ci è nata, certo, ma i suoi genitori sono italiani e anglo-spagnoli, la madre si sente una “straniera” in quella terra e cerca costantemente di fuggire lontano almeno per brevi periodi l’anno.
Anche la questione della lingua parlata non è indifferente: la nostra protagonista inizia da piccolissima a chiedersi quale sia la “sua” lingua, la lingua del suo pensiero, e trovandosi di fronte all’impossibilità di individuarne una ufficialmente decide, in modo del tutto arbitrario, di eleggere il francese a sua lingua natia.

La situazione degenera ulteriormente nel momento in cui iniziano gli spostamenti della famiglia nel cosiddetto “mondo Occidentale” (in Italia prima, in Francia poi) che da subito inizierà a fagocitarli cancellando con un colpo di spugna gran parte di quello che sono stati, e - contemporaneamente - a respingerli, rendendo di fatto palesi ed insormontabili le differenze culturali e ideologiche tra mondi così diversi.
La famiglia pian piano si sgretolerà – seppur non in modo evidente - sotto il peso di un tale stress e di una tale pressione ed è forse proprio in quegli anni che la protagonista inizia a riconoscere la propria personale fatica nel gestire tutti questi aspetti della sua vita (egiziani, italiani, francesi). Una volta in Italia inizierà a scordare le cose belle ed amate dell’Egitto, inizierà a non attribuire più valore al proprio passato nel disperato tentativo di adeguarsi, di rendersi invisibile e completamente accettata nella nuova società in cui – come abbiamo detto – si è trovata improvvisamente catapultata.

Ed è proprio in questi ultimi concetti che, a mio avviso, si snoda il secondo fulcro principale dell’intero romanzo: l’impossibilità di essere sé stessi. In quasi ogni pagina ci viene ricordato quasi ossessivamente, di come lei stessa non riesca a mettere in luce la propria anima e il proprio Io, per timore di essere individuata come “diversa”, e di come l’unica soluzione possa essere il mimetismo, il capire cosa gli altri vogliono, l’adattarsi alle richieste e il sottomettersi sempre e comunque.
In sostanza “mai trionfante, sempre accortamente dissimulata”; una sorta di castrazione metaforica che accompagnerà la protagonista per tutta la sua lunga vita.

Di contro però ci troviamo davanti ad una donna che, oltre ad essere tremendamente lucida e obiettiva circa i suoi vissuti, riesce anche ad essere decisamente indipendente e libera da quel legame di sudditanza con gli uomini che invece caratterizzava così tanto gli anni ‘50/60.
A Milano inizierà una straordinaria carriera editoriale che la porterà ad alti incarichi professionali, che la gratificheranno e la porteranno a diventare donna di mondo, in bilico tra Italia e Francia, con un matrimonio del tutto singolare e scevro da forzature di ogni sorta.
Il senso di alienazione tuttavia permane anche in queste parti del libro, la percezione di gioia e libertà offuscata dalla sensazione che ancora la protagonista non riesca a vivere e a viversi come entità autentica e slegata dagli altri.

Inevitabili poi i collegamenti con la bravissima Jhumpa Lahiri, autrice statunitense di origine indiana, che ha fatto dei temi della patria, dello sradicamento e della lingua i propri capisaldi (se non l’avete fato correte a recuperare “In altre parole”, edito Guanda).
Anche Elias Canetti viene più volte citato all’interno del romanzo, con precisi riferimenti al suo “La lingua salvata” all’interno del quale l’autore ricerca assiduamente una propria lingua madre, nello spasmodico tentativo di individuare in essa un approdo sicuro ed esistenziale.

Un libro molto, molto toccante che è riuscito a toccare le corde giuste del mio cuore e facendomi emozionare come da molto non mi capitava.
Contenta di non essermi arresa alle prime difficoltà: se l’avessi fatto probabilmente ora sarei una persona molto meno consapevole e meno propensa al cambiamento.

VOTO: 4*/5
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“Neppure una virgola della Storia sarà stata scritta da me; la mia vita non avrà cambiato né aggiunto niente al destino del mondo. Le tracce che ho lasciato sono irrisorie. Le «idee inesprimibili e inconsistenti» che hanno attraversato la mia giovinezza non hanno prodotto niente. Tutto sarà presto dimenticato.
Ma questo mondo l’ho guardato molto.”





Wrap Up Agosto 2016